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Sour G–Rapes

[ italiano ]

Premessa:

Come dicevo, cronologicamente SGR viene prima delle altre due novelle che ho raccolto sotto l'ombrello indicativo di “Deracinés“ [salvo che dovrò spremere ben bene le meningi per trovarci un altro titolo, visto che, con mio sommo disappunto, solo di recente ho scoperto che era già stato usato]. Però si tranquillizzi il lettore: le tre novelle possono sussistere indipendentemente e possono essere lette in ordine inverso o casuale, motivo per cui ho deciso di presentare SGR per ultima.

Ciò che unisce queste storie, oltre ai protagonisti, è l'ambivalenza tra realtà e fantasia (si noti, a questo proposito, l'appropriata citazione iniziale dal The Devil's Dictionary di A. Bierce) e l'intrecciarsi e alternarsi e sovrapporsi di trame alternative. Mentre però in “André” il testo viene interrotto e inframmezzato dai versi di una poesia, anch'essa in qualche modo illustrativa del tema, qui le interruzioni provengono dai commenti e suggerimenti di due sceneggiatori incaricati di trasformare il testo in sceneggiatura cinematografica. Non sarà difficile intuire che lo scopo di questi commenti è quello di distogliere il lettore da un pieno coinvolgimento nella storia e di prendere il tutto a cuor leggero. Quanto al titolo... be', lascerò che sia il lettore a darne l'interpretazione che crede!

I pochi stralci che presento in questa pagina sono tratti dalla parte iniziale della novella e sminuzzati in tal maniera da dare un adeguato assaggio del tono e della struttura.

Realismo, n. L'arte di ritrarre la natura così come la vedono i ranocchi. Il fascino che soffonde il paesaggio dipinto da una talpa, o il racconto scritto da un lombrico. (A. Bierce, "The Devil's Dictionary", p. 107)

Il pleure dans mon cœur
comme il pleut sur la ville.

"Ecco, vorrei presentarti a un mio carissimo amico... Jacques, questa è Madeleine, la mia fidanzata. E... Madeleine, questo è Jacques Laforêt, il celebre campione di Formula 1. Sai Jacques, Madeleine è una tua appassionatissima fan!" [giggle giggle]

Per quella importuna presentazione avrei dovuto odiare Paul, che ha accompagnato le sue parole con un malizioso sorriso. Avevo molto da obiettare a quello che aveva detto: tanto per cominciare, non mi era piaciuto per niente il suono di quel "fidanzata"; secondo, non ero proprio la fan di nessuno, e se lo fossi stata non gradivo che lo si propagandasse in giro; e terzo, a quel punto, non avevo proprio nessuna voglia di essere presentata a chicchessia. Non sono una signora e a quel punto, date anche le mie condizioni fisiche e mentali, non ero neanche troppo dell'umore di stupide discussioni inutili né tanto meno di rendermi ridicola davanti a personaggi così importanti. Con affettata grazia e mitezza, offro la mano al giovane eroe, tutto acchittato da festa e, in verità, dall'aspetto piuttosto impressionante.

Paul ci lascia soli per perseguire i suoi scopi sociali e io devo affrontare come posso la situazione, che mi piaccia o no. Tentata di alzare i tacchi con la prima scusa che mi viene in mente. Una conversazione affatto banale rimpiazza questo proposito, avente per oggetto argomenti grosso modo di stampo automobilistico. Mi chiede cosa faccio nella vita, mi infastidisce, ma gli rispondo a tono, che faccio quello che mi garba, compreso bere. L'ipocrita ride, intuendo che ho fatto una battuta, e con vistoso sforzo si mostra interessato alle mie farneticazioni. L'avrei preferito più onesto e sincero, venire subito al dunque della questione e tagliar corto l'imbarazzante scambio. Invece devo proseguire in questo tedioso dialogo, che assomiglia sempre più ad un monologo monotono. Parliamo di quello che fa nella off-season, come è diventato un pilota, l'opposizione di una famiglia aristocratica, la sua, ed altre e tante cose su di lui.

· · ·

Persa nella nebbia esprimo vago interesse ad essere presentata al più famoso e corteggiato pilota presente alla festa; con l'efficacia di un ordine impartito al genio della lampada, questo pio desiderio si tramuta all'istante in realtà materializzando sotto i miei occhi la forma che segue il nome di Jacques Laforêt. L'impressione non è palpabile; lo stato di nebbia in cui galleggia il mio cervellino m'impedisce di apprezzare la dimensione reale della faccenda, deduco quindi che si tratta di personaggio a me del tutto indifferente, come chiunque altro alla festa. L'aspetto volutamente sciatto e bevuto, la sobrietà vistosa del suo abbigliamento (in eclatante contrasto col tema della serata) farebbe supporre una sua qualche appartenenza all'intelligentzia. Ma io mi sento benone, molto arguta e brillante snocciolando perle di raro umorismo nella mia forma migliore; per una volta mi sento alla pari col mio interlocutore. Scordo che non è un sogno, divento ardita come non ricordo di esser mai stata con uno sconosciuto; tutto nella conversazione che segue è intenso e semplice al tempo stesso. Il suo modo di parlare, le cose che ci diciamo, le risate che condividiamo, tutto ha il sapore della naturalezza e della familiarità, come se lo conoscessi da sempre. Anzi, ci immergiamo a tal punto nella nostra piccola conversazione privata da farmi perdere il senso del tempo e da farci provare entrambi talmente scocciati da qualsivoglia interruzione da quei pochi rimasti nella saletta dove abbiamo relegato le nostre parole e i nostri corpi.

Forse per la stanchezza dovuta alla natura della festa, a cui sono talmente poco avvezza, o forse le insospettate doti che trasudano nella conversazione, o forse la piega tanto intima che ha preso, qualunque sia la ragione costui sembra davvero incantato e incurante (come lo sono io) della circostante vitalità e confusione e insieme decidiamo di fuggire dalla folla per rifugiarci in una saletta più piccola e infine di abbandonare la festa. Passeggiamo all'aperto, i nostri passi senza meta ci portano chissà dove. Orfana la notte senza luna di un nero senza fine. Oscurità pervasiva. Il tono e la portata del nostro dialogo si è spostato man mano che ci siamo allontanati. Ritmo rallentato notevolmente, cadiamo infine in un silenzio denso. Mi sento a mio agio e la famigliarità con il mio compagno aumentata dal contatto fisico e spirituale, lentamente sostituito da motivi altri. Ci siamo avvicinati sensibilmente da quando abbiamo notato affinità di interessi. La conversazione e i passi ci portano sulla spiaggia dove stanche membra e pesanti pensieri c'impongono di sederci e riposarci a lungo.

L'acqua è nera e quieta, in un lento, ritmicamente lento e rilassante moto. Dietro noi la città insonne posseduta da luci brillanti e attività frenetiche. Tutti gli animali da festa, tutti i jet-setter e che altro affollati stipati ammassati pigiati tra club, bar, café o qualsiasi altro simil-festoso locale. Siamo molto soli, noi, i reclusi esiliati nel nostro piccolo ritrovo anti-sociale sulla sabbia. Una notte così quieta, troppo calma, soltanto una tenue brezza sommuove l'aria densa portando poco refrigerio ai volti accaldati. Seduti, silenzio.

"A che pensi?" Risolino. "Qualcosa di buffo?" "Sì, tu." Uomini, sempre a chiedere le stesse cose. "E' molto piacevole tutto ciò, sai?" "Davvero." Ancora silenzio. "E così sei andata a stare in America, eh?" "Sì. Per il momento può andare." Mi guarda con domande in testa. Le rispondo, malvolentieri. "Il mio primo matrimonio mi ci ha portato, e poi... la storia è piuttosto lunga, non vuoi ascoltarla." "Tempo ne ho." "Oh la solita storia, casalinga insoddisfatta con crisi di mezza età. Betty Friedman mi adorerebbe. Ho attraversato un gran brutto periodo, poi ho incontrato Paul che ha rimesso insieme i vari pezzetti del mio essere e così non me ne sono più andata. Veramente non ci ho mai pensato..." "Sei mai stata in Svizzera?" "Un paio di volte, da bambina. Mio padre amava viaggiare... ma ero troppo piccola per capire dov'ero. Perché?" "E sul Lago di Ginevra, ci sei mai stata?" "E' possibile, non ricordo." "E' lì che io vivo, sai? Un posto molto bello, riparato, solitario, ti piacerebbe. Vedi, anche a me piace viaggiare, ma devi avere un posto dove ritornare. Le radici... ah Ginevra è un posto come tanti, è vero, ma per il mio temperamento non c'è altro posto al mondo. Ci assomigliamo molto, direi!" "E perché non in Francia? Tu sei francese, no?" "Certainement, ma petite." Spiritosone... non divertente. "Non mi piacciono gli svizzeri." "Oh bella, che cosa ti hanno fatti gli svizzeri?" "Forse non te ne sei accorto, ma sono fascisti; non lasciano votare le donne, sono xenofobi e gli importa solo dei soldi. Certo, sono puliti, dannatamente puliti!" "Ma sei rimasta indietro di secoli! Oggi le donne votano, quanto al resto... be', nella parte francese le cose stanno molto diversamente. Quella che ricordi te è solo una piccola parte della Svizzera... ah adoro il mio piccolo angolo, abbastanza vicino al lago, lontano dalla città, ovunque spazia lo sguardo non c'è che verde, boschi, prati, cielo... per il resto, bah, non parlo tedesco e della politica me ne sbatto, alla grande!"

Plagiare, v. Prendere il pensiero o lo stile di un altro scrittore che non si è mai e poi mai letto. (A. Bierce, ibid, p. 100)

· · ·

[Martin, come vedi non ho ancora pensato al titolo. hai qualcosa di buono da suggerire? mi piacerebbe qualcosa di musicale, anche se capisco che non c'è niente di musicale in questa storia, e neanche di vagamente armonico, ma mi piace l'idea di fare l'intellettuale. Altrimenti, vorrei un qualche riferimento, sia pur vago, all'opera di MP... tipo: "Alla ricerca degli uomini perduti. Hm... un po' pomposo... "Uomini e giorni", che ti sembra? Nah, ci rinuncio. Trovane uno te, io sono stanca. Augusta]

[A., anche nessun titolo, perché no? per quello c'è sempre tempo. Non ti preoccupare. Sai che l'idea del tema musicale non mi dispiace? variazioni sul tema? M.]




Uomini: variazioni sul tema

[Così?]

[Certo. Come vuoi tu, davvero...]

· · ·

Il borioso mascalzone (ma quant'è sexy!) se la tira che se la tira sulle sue prodezze che alla fine diventa davvero una noia mostruosa. Comincio a sentirmi male sul serio al punto che se non mi levo di lì gli restituisco la cena sui calzoni; disperatamente cerco Paul. Ignoro se il mio interlocutore ha notato la mia indifferenza. Il suo mento virilmente protrude fendendo l'aria a colpi di "io qui, io là", il naso mostruosamente aquilino pesca misteriosi olezzi strani. Paul resta ingolfato nella festa, pervicacemente invisibile, maledettamente irraggiungibile, sono in trappola. D'un tratto Jacques pone domanda molto personale: faccio sul serio? davvero voglio sprecare il resto della mia vita con quel relitto umano? Eh? Presumo il relitto sia Paul e non mi piace l'epiteto. Debolmente rispondo che sì, non manca niente al soggetto, mi ha fatto montagne di bene e lo amo alla follia. Il borioso, reprimendo male una sghignazzata, cerca di fornirmi consigli non richiesti e di psicanalizzare la mia situazione (non ne ho bisogno). Ne ho fin qui della sua recita; prima che mi sia resa conto di cosa sto dicendo, dalle labbra sfuggono parole di disprezzo, circa farsi i cazzi suoi e che non ho bisogno di un coglione con sidrome d'atteggiamento. Ciò sembra disturbare la sua auto-stima non poco.

· · ·

Dopo una notte insonne senza fine, atroce emicrania mi saluta; a una simile sveglia mi sono ormai abbonata dopo ogni sarabanda sessuale, ma non mi ci sono ancora abituata. Nel suo letto. Dorme ancora. Resto sola a ponderare e maledire gli eventi notturni. Cosa avrà da dire Paul al riguardo? Milioni di risposte emergono, tutte molto fastidiose. Dovrei schizzare via e perdermi nella Parigi in festa? Dovrei correre in ginocchio e strisciare da Paul? O andare in cucina a farmi un caffé? O scivolare nel salotto e servirmi un drink? Ch'ho fatto? Cazzo, la testa... butto un occhio sulla sveglia: mezzogiorno. Lo stomaco ha deciso di raggiungere la testa nel reparto dolore. Guardo Jacques. No, è ancora bello, ora che dorme e sembra innocuo ha assunto una certa tonalità innocente. Mi vien voglia di svegliarlo. Avrei voglia di sciogliere il dolore e la confusione nelle sue braccia. Lo sfioro; sussulta e si rigira, poco attraente.

Di ritorno dal bagno davanti alla porta della camera cambio idea. Perlustrare il posto. Un bel posto, ma troppo moderno, freddo, artificiale, plasticaceo, quel tipo di posto che uno tiene solo per far vedere. Trovo lo stipetto dei liquori in salotto e non resisto alla tentazione di versarmi del liquido magico. Temo che non gli piacerebbe, ma chissenefrega, mi ci ha portato lui qui. Cambio idea. In cucina trovo del caffé raffermo; lo scaldo, lo ingollo, mi brucio. Fumo una sigaretta e aspetto. Ne fumo un'altra e aspetto. Dopo un'ora decido che ho aspettato abbastanza. Lo devo svegliare? No. Mi lavo, invece. Sempre meglio darsi una bella lavata se ti senti sporca. Non toglierà la macchia del peccato, ma migliora l'umore alla grande. In bagno la doccia mi tenta e procedo in quel senso.

© 1999-2005 marina pianu, italy | narrative :: 


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