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André

[ italiano ]

Premessa:

Tra il 1987 e il 1988 la mia creatività scrittoria ha conosciuto un periodo molto fertile e intenso. A ciò ha contribuito molto la non poco impegnativa lettura de “A la recherche du temps perdu” (impresa che ha richiesto otto mesi) e di parecchio materiale critico e biografico su Proust, nonchè l'incontro ravvicinato con i film di Pasolini (riscoperti attraverso la figura di Pierre Clémenti) e Buñuel, il surrealismo e il simbolismo. Da questo fervore è nato il filone parigino di Marcel e la prima versione di Madeleine (che, in realtà, ben poco ha in comune con la protagonista di “Leda”, a parte l'omonimia e l'ambiente parigino).

In questo filone si fondono le impressioni impressionistiche (perdonate il bisticcio) di una Parigi molto fin-de-siècle in cui si muovono alcuni personaggi (Marcel, André, Jacques e Madeleine) che sono protagonisti delle tre novelle: «Sour G–rapes», «André» e «Barone». Nella seconda della serie, che qui vi vado a presentare (!), viene approfondita la conoscenza del personaggio indicato nel titolo; personaggio complesso che trae gran parte della sua caratterizzazione dal profilo di Pierre Clémenti, attore recentemente scomparso e molto importante per il cinema italiano degli anni Sessanta. Lo stralcio che segue appartiene alla prima parte e, pur non volendo dare alcuna idea della trama, già presenta la triplice struttura della storia che infatti su tre piani: il presente, il passato e il riassunto teorico (presentato in forma di poesia). questi tre piani si intersecano correndo su linee parallele e, anzichè susseguirsi in senso temporale, si intersecano, si sovrappongono e si complementano.

2 – Logo

Déjeuner, n. La prima colazione di un americano che è stato a Parigi. Variamente pronunciato. (A. Bierce, The Devil's Dictionary, p. 29)

Dalla borsetta estraggo le sigarette, il portasigarette che tengo per ricordare, gliene offro una. Piano fluisce dallo stato di sogno che l'avvolgeva, scivola la lunga scarna mano per ritirare la siga, non ignorando l'oggettino d'argento che porta incise ancora parole di dolore. Gliel'accendo. Ne accendo una anche per me. Si sta bene qui al sole, in questo tepore che invade le nostre superfici. Si sta bene qui seduti al sole a far niente. Il nostro silenzio viene bruscamente interrotto da un singhiozzare soffocato. André piange, colpa mia penso. Eppure è così bello vederlo piangere, così indifeso, così nobile. Piange senza freni, lui è così. Sincero, sincero ad ogni costo. Quelli che ci guardano ci devono considerare una ben strana coppia: una démi-mondaine elegante e un clochard che piange. Tremante, timorosa di dar fastidio o di provocare fuori controllo, la mia mano atterra sulla sua testa mora, malcoupé i suoi capelli, lunghi sulle orecchie. Un uomo come lui non dovrebbe dover piangere, meglio io, che lo so io a cosa sono buona, a vendere il mio corpo sono buona, buona a far male agli altri, a quelli che mi amano e che si prendono cura di me; una vita fatta di compromessi, questa smania di vivere negli agi; una vita concepita come ammasso di soldi e vestiti, prestigio e successo, ma che mi lascia arida e inerme come prima, con gli stessi problemi se non peggio. Forse che i miei problemi sono finiti? Forse che sono riuscita a porre fine a questa angoscia che mi tiene sveglia ogni notte? Forse che ho smesso di bere o di sniffare, cercando di nasconderlo a Jacques, che odia tornare a casa da una zoccola ubriaca, neanche più buona per il letto? Forse che ho smesso di mentire, e mentire a me stessa? Di Marcel è il ricordo vivente; d'accordo, sono rea di privare André della sua individualità, di attribuire a lui la personalità di uno che non è più tra noi materialmente. Niente è cambiato, anzi. Incontro i suoi occhi, aperti e onesti. Tenebrosi e tristi. Nulla può rimpiazzare ciò che è stato perso per sempre, niente può riempire questo vuoto che Marcel ci ha lasciato unica eredità. Eppure, bisogna andare avanti, continuare; il mio sistema non funge, d'accordo, eppure un sistema trovare bisogna.

E adesso che facciamo, André? Sorride, pallido sorriso d'autunno in una giornata di sole primaverile. Niente, dice, non c'è niente da fare, niente che possa fare. Ma anche per non far niente ci vuole dignità, sai? ci vuole la forza dentro, in fondo, per non far niente, ci vuole il desiderio, il potere di opporre la tua passività contro tutto il resto. E tu ce l'hai questa forza? Mi guardo dentro, non vedo niente. No, André, non ce l'ho. Ho fatto dei grossi errori, non posso tornare indietro, non posso correggerli ora. Perché? Tutto sembra facile con lui, tutto è semplice per lui; ha ragione, perché preoccuparsi? Perché non posso, non ce la faccio, non ne ho il coraggio. Per far cosa? Per andarmene. Annuisce, è anche il suo problema. Vuoi venire? Dove? Da me, ti porto da me. No, non vengo, sto bene qui, al sole. Anch'io, sto bene al sole. Non mi lasciare mai, André. Non ti ho mai lasciato, Madeleine. Lo so, neanche tu sei felice. Cosa vuoi fare allora? Ci penserò quando sarà il momento. Il tempo passa, il tempo vola, tempo eterno non mente non cola; guardo la gente che passa, ognuno con uno scopo nella vita, ognuno con un compito, una casa da mantenere, una storia o una famiglia da sostenere. E invece noi, eccoci qua, briciole, gli avanzi della vita, contenti di stare seduti a guardare. Non si può passare tutta la vita a stare a guardare. Perché no? Per noi, non c'è più altro da fare, non c'è posto al mondo per quelli come noi. Ora, vieni con me. Dove mi porti? Vedrai. Si alza, raccoglie la sua borsa nera, la butta sulle spalle, mi prende la mano e mi guida. Lo seguo come una bambina innocente.

Lo chiamo puro, innocente e candido.
Proto-punk, psycotico nero Vicious à la French.
Sid. Abbiamo bisogno di uomini come lui difficili a trovarsi
Artaud, bisogna leggere Artaud.
Le poison du théatre jété dans le corps social le désagrege
comme dit St. Augustin...

Bambina Innocente, ancora piccolina, un giorno uscì di casa per mai più ritornare. Senza desideri, senza ricordi di un passato che non aveva, Bambina Innocente prese la soglia, quel giorno che la lasciarono sola in casa. Si lascio la porta dietro, per strada vagabondava attraverso la cittadina addormentata. Bambina Innocente camminava ma nessuno la vedeva. Curiosa si fermava ogni tanto, guardava, fissava le saracinesche abbassate dei negozi, le vetrine stipate, i portoni chiavistellati, le nere finestre sbarrate. Ostili alla sua curiosità squallide e grigie case si nascondevano, aride, sull'asfalto, non più arroventato, camminava quella notte d'estate. Cammina e cammina, dopo tanto camminare si rese conto di essere uscita dalla città. Era ormai aperta campagna, nuvole grevi coprivano la notte stellata. Camminava e aveva freddo. Camminava e si sentiva sola. Un giovane le passò davanti e si fermò. Sorrise, il bel giovanotto, ispirandole subito fiducia. E lei lo seguì.

Il giovane attraversa la campagna e lei lo segue. Lui arriva ad un cascinale, una vecchia cascina desolata e cadente. Entra, lei si ferma davanti al cancello, un cancello che non esiste più, rosso di ferro arrugginito tradisce giorni di gloria in un passato remoto. Un passato che Bambina Innocente non ha mai conosciuto. Ora ne vede le rovine. Il giovane si gira e dice, vieni. Senza scrupoli o pregiudizi, Bambina Innocente entra nell'ingresso deserto, sporco di calcinacci e pene, polvere dappertutto. Si guarda intorno, incerta se restare o andar via. Il giovane si trascina in un grande salotto, tutti i mobili coperti da lenzuoli polverosi. Si siede, pensieroso, scuro.

© 1999-2005 marina pianu, italy | narrative :: 


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