L'Oubli



In un giardino verde e leggiadro, ravvivato da una gran varieta’ di fiori a molti colori. Indosso un bel vestitino bianco, con pizzi delicati e veli leggeri, ricami antichi e tutto il resto. Una veletta nera mi copre il volto. Tutto e’ molto bello e vivace. In un tempietto bianco classicheggiante alcuni sonatori, bianchi i vestiti gessati e i cappelli di paglia di Firenze, suonano un concertino estivo, valzer, polche, ed arie delle operette piu’ recenti... tutto intorno una ringhiera di marmo bianco. Tanto verde, tutto e’ verde attorno a me. Verdi le panchine di ferro... Verdi, Umberto da Forli’... Affollati di gente i vialetti tortuosi, vestita di bianco dei colori del’iride, ma pallidi: celeste chiaro, giallo canarino, oppure rosa antico, e cosi’ via. Un’ampia terrazza con bellavista sull’intera citta’, piccola ma sparsa per la valle e sui suoi delicati colli. Passa una signora elegante nel suo cabriolet nuovo fiammante, il foulard lascia una breve scia nell’aria, sparisce. Ovunque vedo bambini giocare felici sull’erba, correre lungo i vialetti ghiaiati, saltando gridando ridendo. Mani materne che puliscono tracce di cioccolato dai vestitini belli della festa. Uomini distinti che passeggiano ben vestiti e con placida flemma si trastullano al sole, ciondolando dalle mani bastoni ricercati. Tra loro i giovani mi paiono i piu’ belli, goliardi o sbarazzini, che appena riescono a trattenere i riccioli ribelli sotto a quei cappelli di paglia di Firenze.

Uno mi attrae in particolare. Lo seguo. Cammina lentamente al fianco di un amico; non si sono ancora accorti di me, assorti come sono entrambi a conversare animatamente. I due si salutano e il mio svolta a sinistra. Mentre si gira, intravvedo il suo volto. Un paio di occhi scuri, soffici, profondi. Un naso ben disegnato, ancora tenero di gioventu’. La pelle chiara, luminosa. Il passo ora svelto, libero e disinvolto. Mi deve aver scorto con la coda dell’occhio. Si ferma. Si volta verso di me, mi guarda. Mi fermo anch’io, lo guardo. Si gira di nuovo e riprende spedito il passo. E io riprendo il mio. Si ferma di nuovo, di nuovo si volta e mi viene incontro. Mi fermo. Il suo volto senza espressione.

E’ a due passi da me, anche meno. Mi guarda e allarga un sorriso luminoso. "Ma guarda... non ti avevo neppure riconosciuta. E quand’e’ che tu se’ tornata?" Tornata? Lo guardo, no, non e’ possibile. Non capisco, tornata da dove? Si’, e’ una buona domanda, quand’e’ che sono tornata? "Be’, che ti prende, hai perso il dono della parola? Davvero, tu non ha’ nulla da dirmi?" Rialzo gli occhi, e li fisso sui suoi con intenzione. La luce intermittente nelle sue pupille mi dice qualcosa, ma cosa? Lui capisce la mia confusione. "Camminiamo, vuoi?" Una cabriolet mi passa rasente velocissima, quasi m’investe. Di forza mi sento tirare da parte per il braccio. "Uffa! poco ci mancava...!" Ma come si chiama, diamine? Oddio, adesso non ricordo neanche piu’ come si chiama? Sono i suoi occhi veramente blu come il lago? O non sono forse catani come i marroni glassati? Che mi prenda un colpo se non sono proprio marroni.

Dopo l’incidente della carrozza, il mio compagno si e’ fatto piu’ loquace. Sono molto contenta di esser al suo fianco, quella melanconia di prima e’ passata. Nessun motivo di affrettarsi ora, rallento il passo. Anche lui. Siamo di nuovo nel parco, anzi e’ piu’ piccolo, ma piu’ vivace, piu’ bello. Mi siedo su una panchina di pietra. Anche lui. Mi sento felice, entusiasta senza motivo, guardo le nuvole che si muovono nel cielo, aspetto. Lui mi guarda, lo so che mi sta guardando, sento i suoi occhi su di me. Mi piace sentirmi guardata. Che storia assurda! E mi piace poi cosi’ tanto guardare il mondo attraverso codesti forellini bianchi nel fogliame... credo che stia per dire qualcosa. Avanti, parla, fatti sentire! Oh no, ho la sensazione... mi volto di scatto, se n’e’ andato. Un’altra opportunita’ mancata. Che fallimento! Mi alzo e comincio a passeggiare lungo la ringhiera di ferro battuto attorno al laghetto. Che idiota, mi sono comportata da idiota.

"Ehi signorina, ve n’andate di gia’? Dunque non vi piacciono i miei fiori, signorina?" E’ lui, e ride, irradiando giovinezza e felicita’ tutt’attorno, porgendomi un mazzo di fiori freschi, genziane, mammole, asfodeli... Immagini di tempi passati riappaiono davanti a me come fantasmi morti: di nuovo quella melanconia pesante che non sapevo spiegarmi prima. Finalmente la sto provando fino in fondo, intensamente. Ma non riesco a capir bene. Stringo in mano il mazzo di fiori, cosi’ semplici, cosi’ puri, come la campagna a primavera, gli stessi odori acri e pungenti, gli stessi torrenti gorgoglianti, un soffio di vento tra i capelli e qualche nuvola leggera. Tutta una serie di errori mi si ripresenta davanti, una lunga catena di scelte sbagliate che mi avevano privato di quell’uomo. E avevo cercato di scordarlo per tutto questo tempo. Tanto che non ricordo piu’ cosa e’ successo o perche’ o perfino quando. Certo, molto comdo. Mi viene da piangere. Un groppo alla gola. Non lo guardo neanche piu’ ormai. I ricordi si affollano nella mente, la vista si appanna, gli occhi si fanno umidi. La sua mano mi solleva il mento, piegando la testa un poco. Visione completa del suo volto. "Eh ma non devi prendertela, sai? Non piangere. Non voevo mica farti male." Ma si ricorda lui? Forse meglio di me si ricorda, ma pretende. Siamo immersi in un gioco di pretese. Chiederlo sarebbe imbarazzante. Afferro la sua mano e lo fisso dritto negli occhi. So che una spiegazione verra’, prima o poi. Sono decisa, non mollo, non batto neppure ciglio. Il suo volto s’illumina, come sorpreso, sorpreso e deluso. "Allora tu... proprio tu hai dimenticato, e’ cosi’, non e’ vero? E io che credevo che fossi tornata per me, per un momento mi ero illuso che avessi cambiato idea. Be’, cosa ti ha fatto tornare, allora, signorina?" Che differenza fa ormai se mi ricordo o no? Non rendera’ certo piu’ gaio il canto degli uccelli, ne’ piu’ soave il profumo dei fiori. Qualunque cosa fosse, e’ morto ormai e non possiamo resuscitarlo piu’.

Non sorride piu’, ormai, guarda a capo chino il terreno, strusciando nella ghiaia le sue belle scarpe bianche e nere, disegnando figure inintellegibili con il bastone nero. Un conflitto mi sorge dentro tra ricominciare da capo con lui, chiunque egli sia, oppure continuare con la mia vita. Dopo tutto non posso cambiare la mia vita solo per quello, neanche per lui, solo perche’ un giorno potrei pentirmene. Sento la sua presenza virile molto intensamente. Afferralo, tienilo stretto finche’ puoi, dice la voce da dentro. Senti, lo so e’ sciocco, ma non ricordo piu’ il tuo nome. Qual’e’? Sorride amaramente. "Che importanza ha? Guarda noi due, si sta qui uno di fronte all’altra dopo tutto questo tempo, dopo tutto quello che c’e’ stato e tu non ti ricordi come mi chiamo. Eh si’, me lo merito. Mi sta proprio bene." Non ce la faccio piu’ a sopportare gli occhi suoi fissi su di me, che mi rimproverano. Guarda, te lo ripeto, tutto quello che ricordo sono colline verdeggianti e fiumi d’argento; e’ ovvio che qualunque cosa accadde era troppo per me. Ho una vita nuova ora. Non potresti almeno darmi un indizio, un cenno? Si volta, lo sguardo perduto, due puntini marroni galleggianti sulla superficie dell’acqua, due gabbiani che planano sulla sponda opposta, lottando contro una lacrimuccia che scivola ugualmente giu’ per la guancia.

"Eravamo fatti l’uno per l’altra, piccola. Non avresti mai dovuto lasciarmi per quella gente; t’hanno portato via, via da me. Tu m’appartenevi, appartenevi a me, agli alberi, alle colline. Tu eri come le brughiere, come l’erica selvaggia, dicevi che non avresti mai potuto lasciarli; nessuno avrebbe mai potuto separarti da loro senza uccidere te stessa, questo dicevi tu. Ed e’ quel che e’ successo, hanno ucciso l’amore, hanno ucciso l’erica e la brughiera che erano in te, e hanno ucciso anche me. Ti prego, tornatene da dove sei venuta. Non appartieni piu’ qui." Le sue parole mi trafiggono il cuore come lance velenose di fuoco. Era dunque questa la melanconia di prima? E’ dunque questo quel che ho scordato? Posso solo dire che mi dispiace, mi dispiace proprio tanto.

Camminiamo ancora un po’? Si’, ma nel silenzio piu’ assoluto. Niente da dire, niente da offrire, niente di niente. I nostri passi ci riconducono ai cancelli, dove pronuncio una vaga promessa che lui non ode gia’ piu’ e ci lasciamo forse per sempre. Resto confusa, perplessa e vagamente triste. Uscendo dal nero cancello, nel tempietto bianco l’orchestrina suona ancora un’aria recente.


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