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E ci hanno lasciato...

sguardo divino

...questo articolo in cui vorrei esprimere la mia, e quella delle mie colleghe, mancanza di comprensione dei fatti della vita.

"Il fatto" accadde solo una volta, mentre servivo (oh oh stavo per digitare "scrivevo" che, dato il tipo di lavoro che svolgevo, sarebbe stato più che appropriato). Stavo battendo dunque una lettera a macchina, una semplicissima lettera per il mio capo, quando all’improvviso la macchina da scrivere si mise a battere per conto proprio. Sul foglio di carta, invece di quello che stavo battendo, comincio’ ad apparire tutt’altro. Sembrava quasi una storia, uno strano misturo di parole che leggeva così: "gente gente telefono telefono appuntamento vice presidente sembra molto business splendido edificio ok ecc. vorrei spiegarle molto cortesemente confermiamo..." In breve, sembrava un cumulo di parole senza significato, ma solo a una segretaria legale o a una dattilografa poteva essere chiaro che si trattava di rimasugli di contratti, lettere, testamenti, ricevute, messaggi per gli avvocati, e così via. La macchina da scrivere stava cercando di dirmi tutto ciò che aveva accumulato in tutti quegli anni di fedele servizio. Infatti, io ero lì solo da un paio di mesi, ma lei, la vecchia macchina da scrivere, era lì da una vita. Lo so, vi parrà strano, a voi che siete giovani, visto che oggi le macchine da scrivere non durano più di una legislatura italiana, ma quella là era così efficiente e così perfetta che nessuno si era mai sognato di sbarazzarsene o sostituirla. Naturalmente, mi ci ero affezionata.

Ad ogni modo, come stavo dicendo, lei mi stava rilasciando tutti i resti di lavori precedenti, in una forma onirica. Stava producendo un racconto, una storia innocente di parole finalmente liberate dalla schiavitù degli atti legali. Fluivano leggere come i foglietti che si gettano nel cestino. Non c’era modo, non potevo battere nulla; lei non me lo permetteva. Ripetutamente cercai di porre rimedio a questo casino, ma di nuovo:

MANE MANE CHATON OBLATON MANE

Be’, ora mi stava mandando addirittura messaggi in greco! Ovvio che era meglio tacere questo brutto scherzo. La mia impotenza era fin troppo evidente.

Il mio capo andò su tutte le furie, dato che era in una fretta inaudita per partire e questa lettera doveva essere pronta in meno di un’ora, meno ancora se possibile. Ero nel panico; le altre segretarie sembravano essere negli stessi pasticci. Tre dei soci, compreso il mio capo, dovevano partire per Londra e, secondo il loro solito in tali circostanze, ci avevano sovracaricato di lavoro urgentissimo, senza alcuna considerazione per l’ora già avanzata della giornata: il mio capo mi aveva chiesto di farmi aiutare da quelle colleghe che non avevano urgenze così pressanti. Non esitai a chiedere a una di loro di lasciarmi usare la sua ET 201 (la mia era una ET 225, di gran lunga superiore), ma lei, tutta tremante e sconvolta e disperata, non riusciva a trattenersi dal piangere istericamente; in quella confusione di suoni rotti e piagnucolosi compresi che la sua macchina si stava comportando esattamente come la mia. In qualche modo riuscii a conformarla, rassicurandola che non si trattava di lei, perché anche la mia stava dando i numeri, anzi le parole. Forse si era solo trattato di qualche alterazione nel flusso di corrente elettrica che aveva manomesso le nostre Olivetti. Una dopo l’altra, tuttavia, tutte le ET si erano messe a fare cose strane e tutte le segretarie dello studio erano incapacitate. Sembrava un’epidemia generale. Cercai di convincere il mio capo che il lavoro non poteva essere svolto, punto. Prese a urlare e strepitare e a battere i pugni sulla scrivania come un forsennato, urlandomi in faccia che ero una segretaria inefficiente, stupida e inadeguata e mi licenziò senza colpo ferire.

OK, mi dissi, ti sta bene. Vedrai adesso, potrai esserti liberato della tua stupida e inefficiente segretaria, tanto il tuo stupido lavoro da solo non si fa. Raccolsi le mie cose dalla scrivania e uscii dallo studio. Proprio mentre passavo davanti alla sua porta, ancora un urlo. Il mio capo aveva trovato i fogli che la ET aveva lasciato dietro di se e per poco non svenne. Non riusciva a credere ciò che gli stava sotto gli occhi. Mi riassunse immediatamente, a condizione che aggiustassi la macchina da scrivere, prima di subito. Come se non ci avessi provato! Gli ingiunsi di smettere di urlare e frignare come un bambino, di togliersi dai cosi e lasciarmi da sola con la ET. Mitemente acconsentì e mi lascio.

Accesi la macchina; appena iniziò a scrivere tutte quelle sue incomprensibili parole sul foglio inserito, mi misi a colpire violentemente i tasti a casaccio. Effetto nullo. Allora sfilai il foglio e questa volta non poté far altro che arrestarsi. Pensai: "Be’, non è del tutto stupida". Quindi presi a premere i tasti formando queste parole: per piacere, sii buona, siamo nella merda totale; se non mi sbrigo a finire questo lavoro, mi licenziano; quanto a te, non la passerai liscia e finirai nella caldaia. Nessuna risposta. Di nuovo scrissi: te lo prometto, appena possibile ascolterò la tua storia, ma ora, ti prego, ho bisogno del tuo aiuto!!! Credo di aver messo molti più punti esclamativi. La luce delle maiuscole si accese, e lei scrisse sul display: "OK NOI LAVORIAMO NOI PARLIAMO NOI RACCONTIAMO STORIA POI NOI PARTIAMO!"

Radiosa e trionfante, tornai nell’ufficio del mio capo e gli sventagliai la lettera sotto il naso. Non poteva crederci, non ero mai stata così veloce. "Abbiamo molto da imparare dalle macchine, gli dissi; potrebbero esserci di grande aiuto, hanno molto da offrire, se solo si fermassimo ad ascoltarle e concedessimo loro il rispetto che meritano". Lo lasciai impietrito, quel suo sorriso ebete raggelato sulle labbra, mentre le mani ancora reggevano stupidamente i suoi dannatissimi fogli come un bimbo col suo lecca-lecca.

Il giorno dopo cercai di entrare nella memoria della mia ET; volevo mantenere la mia promessa e farle vedere la mia buona fede. E poi, francamente, ero molto curiosa di leggere quello che aveva da dirmi. Lei invece mantenne il silenzio, non proferì più parola e rimase la mia cara vecchia macchina fedele, facendo il suo lavoro come sempre, sempre al meglio delle sue capacità. Oh ho provato, dio solo sa quanto ho provato, in qualunque modo, ma stava diventando sempre più evidente, tristemente evidente, che ero io quella che doveva raccontare la storia, la storia di come ho perso la testa così scioccamente. E le mie colleghe? voi mi chiederete. Anche loro non seppero spiegare la recuperata funzionalità delle loro ET. O meglio, ognuna dava spiegazioni e testimonianze molto diverse dei fatti, contraddicendosi a vicenda, contraddicendo me. Al contrario di me, però, loro hanno almeno cercato di rendere le cose più comprensibili, in una lingua che tutti potessero capire. Non sono neanch’io sicura di avervi raccontato la storia per intero, o che la mia memoria non mi abbia giocato dei brutti scherzi. Invero, questa potrebbe benissimo essere una delle tante versioni dei fatti.

In ogni caso, le Olivetti non hanno più parlato. I giornali pubblicarono un articolo sulle macchine da scrivere che "un giorno parlarono" come si fosse trattato di un miracolo, o di mostri, ma raccontando una storia diversa, facendola apparire come se delle macchine pure ed innocenti avessero cercato di avvisarci su qualche oscuro pericolo per l’umanità dispensando inutilemente consigli preziosi. Nulla di più remoto dalla verità. Quello che vi ho detto finora è stato prodotto dalla mia mente e nessun altro. Non ho prove, questo è ahimé vero. E nel frattempo, ogni copia di quei giornali è sparita. Le copie de "Il Messaggero" del 14 aprile 19... non sono più disponibili da nessuna parte; tutte le mie ex-colleghe sono morte o rinchiuse in qualche istituto d’igiene mentale; quanto al mio vecchio capo, ora sta marcendo in carcere, ma le Olivetti sono ancora vive e vegete e continuano a lavorare nel vecchio studio legale vicino al Tevere.

Vorrei ringraziare, per la realizzazione di questo articolo, tutto il personale di questo meraviglioso posto; in primo luogo le infermiere e i pazienti ricoverati che mi hanno mostrato il loro costante appoggio e sostegno e che hanno sempre creduto in ciò che ho voluto racontarvi. Fortunatamente qui non sono più sola. Presso di loro ho trovato ogni aiuto e assistenza; mi hanno ascoltato e ora si stanno impegnando sempre più nel mio progetto, quello cioé di erigere un ospedale per macchine da scrivere e dattilografe portatrici di handicap. Voglio creare un centro ricreativo per macchine d’ufficio in pensione, gestito da un personale composto di brillanti, intelligenti e ben addestrate personcine che contino loro delle storie prima di dormire, o in qualunque momento le vogliano ascoltare, per curarle e assisterle quando stanno male, o portare loro il conforto necessario quando saranno giunte al passo finale della loro vita. Tutti si sentono utili e pietosi in questo nobile progetto. Noi, tutti noi qui, speriamo che vorrete aiutarci a realizzare questo progetto con i vostri contributi, piccole o grandi somme che siano, per finanziare l’acquisto delle attrezzature necessarie.

Ringraziandovi anticipatamente per l' attenzione e la collaborazione.

Annabella De Fornaris
Coordinatrice delle Attività
Ospedale delle Sacre Catene

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