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Parliamo di romanzi storici un poco particolari, romanzi
cioè scritti partendo da una situazione storica certa, usando
personaggi (almeno uno) storici, ma prendendo poi una
strada sostanzialmente creata di fantasia. È sicuramente
un terreno minato per un narratore, ma molto più tranquillo
di un romanzo storico che voglia essere fedele agli eventi
e ai personaggi tali e quali come ce li riportano i documenti
e gli studi accurati. Un terreno minato sostanzialmente perché, pur lavorando
di sana fantasia, non si può ignorare la base storica da cui
parte la narrativa e mantenere la rotta sul sottile filo di lama che separa la
realtà dalla fantasia non è
affatto facile. Sono questi romanzi ad allettarci forse più di
quelli storici perché non è certo da un romanzo che
vogliamo derivare le nostre nozioni di storia, ma
conoscendola già, ci piacciono sempre i "se" e i "ma" con
cui non si fa.
Partendo da una premessa molto promettente, "La Recita
di Bolzano" si muove nell'immediato della fuga dai piombi
di Casanova. Approfittando di un buco storico nella altrimenti
assai ben documentata vita del libertino veneziano, Marái,
scrittore ungherese di un certo rilievo (ma non molto noto
presso i nostri librai), "acchiappa" l'attenzione del lettore
immergendolo con immediatezza nel bel mezzo dell'azione.
Purtroppo la promessa muore dopo poche pagine: il primo
sconcerto ci viene dalla presentazione di un personaggio a
cui siamo poco avvezzi, o per lo meno che non combacia
con l'immagine che noi tutti ci siamo formati mentalmente:
l'avventuriero alto e belloccio ha lasciato il posto ad una
specie di nanerottolo bruttotto in pizzo e marsina, e per di
più con calvizie incipiente.
Questo potrebbe essere, naturalmente, un astuto trucchetto
del narratore per far meglio risaltare la perizia del libertino
nel conquistare esemplari del "gentil sesso" che lo ha reso
famoso e ricercato (non solo dalla polizia) presso la bella società
dei suoi contemporanei. Del resto, sappiamo già molto bene che il
desiderio erotico, venendo stimolato da movimenti insoliti,
talvolta intensi, nel nostro sistema nervoso e soprattutto nel
nostro cervello, non resta mai insensibile, grazie al senso
dell'orrido, davanti al sublime, sia esso in negativo. Il Casanova di
Marái sembra, infatti, l'incarnazione
dell'orrido che tanto desta fuoco presso le sue contemporanee.
Il contrasto tra orrido e voluttà ha una sua valenza estetica
(come ogni contrasto) legata a una coppia di "miti" del nostro
immaginario: a) il brutto deve compensare con la bravura e
l'acume; b) i belli non sanno far niente (perché la bellezza
rende loro la vita più facile). Chi non ricorderà la scena in
"elephant man" in cui libidinosi clienti trascinano le loro
puttane nell'antro-rifugio di Merrick (alias "elephant
man") per meglio stimolare le loro prestazioni? L'orrore, infatti, che la
vista del poveretto destava in quelle fanciulle le rigettava
di rimbalzo nelle braccia lussuriose degli avidi clienti. Noi
non viviamo più nell'Inghilterra vittoriana, però non
restiamo insensibili al fascino dell'orrido, come dimostra il grande
successo della cinematografia horror.
Peccato, dunque, che questa sia l'unica cosa positiva che si
possa dire del romanzo di Marái. La lettura procede a fatica,
lentamente, non tanto per mancanza di quell'interesse che può
destare la materia quanto per l'inano dilungarsi dei dialoghi in
noiosi e frustranti monologhi. I personaggi non sono capaci
di dialogare tra di loro, se non per rapide infilate utili solo alla
trama; il prolisso protagonista del romanzo si ammutolisce
inspiegabilmente davanti ai suoi interlocutori che reggono da
soli sulle proprie spalle il peso della narrazione e della
rivelazione. Metà del romanzo, infatti, viene occupato dai
discorsi del Conte e della Contessa di Parma, l'uno per
difendere il suo matrimonio e l'altra per difendere il suo
amore. Entrambi sono estremamente agili retorici, fin troppo,
conducendo facilmente la danza di Casanova laddove
vogliono loro.
È lecito, e spesso utile, che uno dei personaggi ami parlarsi
addosso, ma quando sono tutti ugualmente prolissi e saccenti,
la lettura si fa più ostica, meno credibile. Casanova è molto
abile perché ce lo dicono gli altri; Casanova ha rinunciato
all'amore della sua vita, ma che lo sia ne siamo appena
informati, non lo sentiamo. I personaggi infatti non parlano
per sé stessi ma per gli altri, e quando non sono loro a parlare, è
il narratore stesso a spiegarci cosa fanno, cosa sentono, e
perché agiscono in determinati modi. Tutti sono a loro modo
perfetti, le loro passioni eccelse e totali, veri e propri emblemi
del sentimento umano, privi però di sfumature umane.
Marái cerca di rispondere ai nuovi "trend" narrativi descrivendo
con lenta (e talvolta tediosa) minuzia di dettagli le emozioni
che muovono i protagonisti; nulla è lasciato al caso della
fantasia del lettore. Ne soffre il ritmo, ne soffre la credibilità,
ne soffre anche la pazienza di detto lettore. Essi si muovono,
invero, come personaggi di un dramma teatrale, entrando ed
uscendo di scena secondo un copione ben stabilito. Ma l'eccessivo
controllo della trama e della narrazione sciupa la scorrevolezza
e l'immedesimazione impedendo ai personaggi di vivere la
loro storia in maniera autonoma.
--m.p.
scheda libro:
"La Recita di Bolzano"
di Sándor Márai
trad. Marinella D'Alessandro
ed. Mondolibri (Mondadori)
2000 (ed. Adelphi Edizioni)
pp. 264
[ 12/08/2001 ]
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