-- Bene con oggi abbiamo concluso. Adesso si rialzi, piano, che poi vengono le
vertigini...
-- Grazie, in
effetti mi sento sempre un po' in imbarazzo... Scusi, se posso, vorrei
chiederle un favore.
-- Mi dica tutto, sono a sua disposizione.
-- Lei è veramente molto caro, ma appunto... Non so come spiegare, mi crederà
una donna sciocca, ma...
-- Dica dica, non si preoccupi.
-- Avrei bisogno che lei mi dicesse qualcosa di brutto sul suo conto.
Il buon uomo storce un attimo le labbra in segno di meraviglia.
-- Non tema, non è come pensa lei.
-- Perche’, io cosa penserei?
-- Mah... Che sono indiscreta. E invece si tratta di ben altro, anzi, è una faccenda
proprio grave. Ho bisogno che mi dica qualcosa di brutto su se stesso,
qualcosa di sconveniente magari, per farmelo vedere sotto una luce
peggiore...
-- Vuole conoscere i miei piu’ turpi segreti?
-- Non ci tengo affatto. Vorrei solo... Come dire? E’ che come una sciocchina io mi
sono... Be', insomma, mi sono invaghita di lei. Questo sì che è un
bel inconveniente, per me dico. E se lei fosse cosi’ cortese da
mostrarmi il suo lato peggiore, mi faciliterebbe la dimenticanza. Me lo
puo’ fare?
Il bravo massaggiatore si avvicina alla paziente, allunga una mano in cortese
carezza per poi ritrarla subito, memore del favore richiesto.
-- Mi scusi, non volevo, sa, è l’istinto... Va bene, faro’ come dice lei, ma sa
com’e’, non e’ cosa che si possa assolvere in cosi’ breve tempo, e
ho altri pazienti che mi aspettano... Le andrebbe bene se fissassimo un
appuntamento? Magari per sabato pomeriggio? Così le conto per benino.
-- Pomeriggio? Veramente sono già impegnata...
-- Allora per la sera, magari una cenetta? Conosco un ristorantino in centro, niente
male, davvero. E' la giusta atmosfera per rivelazioni di pessimo gusto.
-- Sì, va bene. Ma mi raccomando, sia preciso.
-- Senz'altro,
anzi, per farle piacere, arrivero’ anche con venti minuti di ritardo,
cosi’ lei avra’ tutto l'agio di pensare che sono un mascalzone e le
ho dato buca. Le sta bene?
-- Alla perfezione, grazie tante!
Il bravo massaggiatore invece, mancando di parola, venne puntuale all’appuntamento.
Anzi, addirittura arrivò con ampio margine, si rilassò fissando
ostinatamente l'orologio da polso e passeggiando nervosamente avanti e
indietro sul marciapiede antistante il ristorante. Finalmente la vide
arrivare, le accennò un sorriso tirato e le passò davanti entrando
nel locale. Mantenendo la sua parola, ordinò prima lui e quasi non le
diede agio di scegliere i piatti. Tuttavia, nonostante gli enormi sforzi
da parte del nostro eroe, la cena risultò gradevolissima alla giovane
donna che degustò tutto con gran delizia, compresa la vivace e
brillante conversazione di lui. L'arguto giovane aveva invero cercato di
raccontare alcuni degli episodi piu’ scabrosi del suo passato: infamie,
sgodevolezze di vario tipo, torti inferti al suo prossimo (cose veramente
disgustose come non tirare la catena in un gabinetto pubblico, superare da
destra rischiando di investire un vecchietto che attraversava sulle
strisce, scrivere oscenità sulla scheda elettorale, fare telefonate
oscene alla sua prof di matematica al liceo; tutte cose per lo piu’
inventate o raccimolate tra i torti subiti in tempi recenti). Ma tanta era
la verve con cui le raccontava, forse, o forse per la maestria nel
renderle quasi prodezze di cavalier servente, non ebbero affatto sulla sua
damina l'effetto desiderato.
-- Allora, come le sembra stia andando?
-- Mah... Che
le devo dire? Mi ha detto molte cose, e ha assunto un atteggiamento che in
quanto a ignoranza e arroganza trova pochi eguali nella storia dell'umanità;
tuttavia, le confesso di sentirmi un poco delusa perche’... Be’, come
dire, i miei sentimenti non sono affatto mutati rispetto a ieri. Anzi, mi
sembra persino di volerle un poco di bene. E questo e’ male.
-- Si’, mia
cara, me ne rendo conto e mi scuso. Veramente non so come sia potuto
succedere... Sa, non sono molto avvezzo a trattar male una gentile
signora, e così graziosa e simpatica... Pardon, ci stavo cascando di
nuovo, non è vero?
-- Per carità,
apprezzo i suoi sforzi, diss'ella accennando un pallido sorriso di
sconcerto.
-- Allora, non
saprei... Mi dica lei, come possiamo fare per rimediare? Senta, facciamo
cosi’, proviamo un’altra volta. Come se nulla fosse successo, le va
bene?
-- Ah mi sembra
un'ottima idea. Io le sono infinitamente grata, sa?
-- Lo immagino.
Pensavo, se lei è d'accordo, che ci potremmo vedere domani al
laghetto, per una lunga traversata in barca a remi. Naturalmente, sarà
lei a remare, che ne pensa?
-- Ottimo.
Sicuramente questa sua villania mi riporterà in due ore o tre con i
piedi per terra!
-- Sì, ma
solo dopo che avremo riportato la barca al molo. O preferisce che le
faccia fare la traversata a nuoto?
Lei sorrise, poi rise, poi si sganasciò a tanta sfrontatezza. Gli era grata per
tutti questi sforzi che, si vedeva molto bene, gli dovevano costare fatica
e sudore (infatti aveva tutta la fronte imperlata, tanto che ogni cinque
minuti era costretto ad asciugarsi con un fazzoletto rosa ricamato di
blu). Per finire la serata in bellezza, il giovane intrepido ne penso’
una bella. Col pretesto di dover correre un attimo a rispondere al
cellare, si assentò lasciandola li’ con il conto da pagare.
Puntualmente
(ma stavolta fu davvero lei ad attendere a lungo impensierita e quasi
guarita davanti al molo) si videro. Lui fu garbato ma freddo. L’aiuto’
a salire in barca e, disattendendo nuovamente le promesse fatte il giorno
prima, prese i remi in mano e vogo’ di sana lena, cercando di rompere
ogni tentativo romantico con commenti estremamente dettagliati sulla flora
e fauna del laghetto. Una balzana folata di vento soffio’ via il
cappellino di paglia della giovane donna. Ah sarebbe senz’altro andato
perduto per sempre portato dalla corrente verso il golfo di guascogna, se
lui, il nostro bravo massaggiatore, nonche’ abile ed esperto nuotatore
(aveva vinto tutte le gare regionali e provinciali negli ultimi dieci anni
o giu’ di li’), non si fosse galantemente buttato in acqua per
recuperare il prezioso e delizioso oggetto.
E’ facile
comprendere come un simile gesto potesse disfare in un attimo solo tutti
gli sforzi del giovanotto per rendersi odioso antipatico e repellente.
-- Come stiamo andando?
-- Direi a 4 nodi orari...
-- Pardon,
volevo dire, come sta andando l’invaghimento? Si sta corrucciando?
-- Macche’.
Io sono anzi molto arrabbiata con lei. Stava andando a gonfie vele, tanto
per restare in alto mare, ma poi... Guardi, non posso proprio crederci che
lei abbia osato un gesto tanto galante.
-- Ha ragione,
sono terribilmente desolato. Non so piu’ cosa inventare, il fatto e’...
Che... Insomma, signorina, dovrebbe aiutarmi un poco anche lei. Non ha
idea di quanto mi risulti difficile e faticoso tutto cio’. Non le sembra
che dovrebbe venirmi incontro? Magari rendendosi odiosa a sua volta?
Mostrandomi tutti i difetti piu’ reconditi?
-- Oh ma che
sbadata. Lei ha ragione da vendere...
-- No, sono un
dipendente della sanita’, non un commerciante!
-- Ah vero, be’,
con tutta quella sua prosopopea non mi meraviglio che non sappia
vendere... (va bene, mi dica?)
-- Mi ha punto
sul vivo. Ad essere perfettamente onesti e sinceri, sono permaloso e
presuntuoso, e come se non bastasse, ho anche un orgoglio grosso come
questo lago. Anzi, di piu’. (si’ si’, continui cosi’, le sono
grato)
E fu cosi’
che la romantica gitarella in barca divenne una agguerrita gara di rudezza
e arroganza, con picchi veramente lodevoli di scortesia sopraffina. Lei
seppe mostrarsi sempre piu’ deliziosamente scorbutica, mentre il nostro
giovanotto passava dal languore silenzioso alla proterva baldanza dei
nostri buoi a nulla. Purtroppo, pero’, per uno strano caso del destino
(o forse, i due si erano scelti fin troppo bene, gusti strani davvero!)
quando rimisero piedi all’asciutto erano sistemati peggio di prima.
Negli occhi di entrambi riluceva un brillore languido e felice.
Naturalmente decisero di comune accordo di rivedersi un’altra sera per
rimediare a tutti gli svarioni commessi in quella giornata. Si diedero
appuntamento davanti all’imperiale, cinema di seconda categoria, dove
proiettavano per la milleunesima volta "Maciste contro Golia",
pellicola che nessuno dei due oso’ confessare di amare.
Si annoiarono,
anzi finsero. Sbadigliarono dalla prima all’ultima sequenza. Lui non le
passo’ neppure una volta il sacchettino di noccioline pralinate, e se le
sgranocchio’ rumorosamente per tutta la durata del film. Lei in compenso
risucchio’ come una porcellina (ma che deliziosa porcellina!) Il suo
litro e mezzo di coca cola, rischiando di farsi venire degli inopportui
crampi allo stomaco (alla fine dovette disertare l’amata compagnia per
una rapida fuga al bagno onde espletare con tutto comodo tutti i... Venti
che si erano accumulati; gesto che li’ per li’ lui interpreto’ come
triste segno di vittoria).
-- Mi dica,
odiosa signorina, le e’ piaciuto il film?
-- Dire che e’
orrendo sarebbe fargli un complimento. Non mi sono mai annoiata tanto in
vita mia!
-- Anch’io,
sa? Veramente mortale... Un caffettino, pensa che ci starebbe?
-- Ma come,
dopo che mi ha lasciato ingurgitare da sola un litro e mezzo di coca
cola...? Perche’ non me la inietta direttamente per endovena, la
caffeina?
-- Pardon, ma
sa, avendo dovuto rosicchiare tutte quelle noccioline, mi e’ venuta un
po’ sete...
-- Allora ce l’ha
con me, adesso?
-- Neanche un
po’!
Con grande
rammarico si dissero solo "arrivederci alla prossima" davanti al
caffe’ dove avevano appena finito di consumare una consumazione
pomeridiana, tipo limonata o the freddo. Mesti si diedero appuntamento per
una passeggiata in centro, per un po’ di acquisti. Lui si prefiggeva di
portarla davanti a tutti i migliori fiorai ed evitare vistosamente di
offrirle delle rose rosse. Lei progettava di rifiutare tutto cio’ che
lui le avrebbe offerto, lamentandosi di tutto e di piu’, oppure al
contrario lamentarsi che non le comprava quello che lei piu’ al mondo
desiderava e che sarebbe stato cortese da parte di un qualunque galantuomo
offrire alla sua femminea compagnia. Alla fine la rimando’ a casa a
piedi, per i fattacci suoi.
Incontro dopo
incontro, la situazione purtroppo non faceva che peggiorare. Piu’ si
industriavano di essere scostanti o difficili o cafoni, piu’ quell’attrattiva
che all’inizio sembrava solo delicato invaghimento si trasformava in
bramosia, eccitamento, amore. Con eroica spavalderia, i due giovani
insistevano e persistevano nei loro tentativi, stoicamente superando con
triste clamore ogni prova per quanto difficile e ardua. Neanche un intero
weekend in uno squallido albergo di periferia, nel quartiere piu’ grigio
e insulso della citta’, ebbe il sospirato effetto di intiepidire gli
animi. Che sofferenza quando decisero di dar sfogo a questi
"animaleschi" istinti e si apprestarono a far l’amore. Lui
voleva essere svelto, animalesco, incurante del piacere di lei, tanto
quanto lei si proponeva di restare fredda e inerte ad ogni tentativo di
lui. Aveva pero’ voglia lei a concentrarsi sulle mosche intorno al
lampadario o sulla traduzione che era rimasta da finire sulla scrivania di
casa sua. Inavvertitamente le carezze di lui, in cui l’arte del
massaggio aveva raggiunto vette sublimi fino a giungergli seconda natura,
riuscivano a destare in lei un piacere affatto novello scatenando
impellenti desideri tanto da raggiungere un orgasmo vigoroso e rumoroso,
nonostante i tentativi di reprimerlo, o almeno nasconderlo.
Insomma, fu un’esperienza
assai deludente per entrambi che uscirono da quell’albergo innamorati
cotti e incapaci di concepire i giorni a venire lontani l’uno dall’altra.
Che fare? A lui venne un’idea. Poteva rivelarsi disastrosa, ma valeva la
pena tentare. Le diede l’ennesimo appuntamento sotto il ponte piu’
romantico che la citta’ potesse offrire alle solite coppiette.
Si
presento’ con un delizioso mazzolino di violette e gli abiti piu’
eleganti (oltre che lusinghieri per il suo corpo), invece della solita
trasandata tuta da ginnastica. Per un’ora passeggiarono lungo il fiume,
protetti dall’oscurita’ e dalla giallastra luce dei lampioni appena
istallati dal comune. Parlarono poco, poche frasi senza senso intervallate
da lunghi silenzi densi e imbarazzati. Non riusciva a decidersi lui a fare
la sua proposta. Si sentiva un po’ imbecille e temeva di irritarla.
Temeva di perderla? Era gia’ cosi’ importante? Non aveva forse un
senso il loro antico proposito di rendersi odiosi l’uno all’altra? Gli
veniva man mano a mancare il senso dei loro propositi mentre stringeva
quel braccio esile. Gli veniva voglia di abbracciare quel delizioso vitino
stretto dalla cintura rosa dell’ampia gonna. Ma perche’ anche lei si
era messa cosi’ elegante? Perche’ aveva scelto proprio quegli abiti
cosi’ romantici? Era per provocarlo ancor piu’ crudelmente? Voleva
metterlo alla prova? Insomma, lui non riusciva a decidersi e il silenzio
cadde tramortendo i loro cuori.
Si fermarono.
Lui suggeri’ una panchina sotto il piu’ bel lampione. Lamponi, era
quasi stagione. Gliene avrebbe volentieri raccolto una camionata per
vederla sorridere... La spiava con la coda dell’occhio mentre lei,
cocciutamente fissava le increspature del fiume. Preso da improvvisa
stizza getto’ il mazzolino di violette nell’acqua. Lei si riscosse.
Che voleva dire cio’? Ah ma no, era tranquillizzante vedere che aveva
assunto nuovamente il suo atteggiamento scortese e villano. Sorrise e lo
guardo’.
-- Signorina...
-- Si?!
La pronta
risposta, balzata sull’attenti. Ma che, siamo in caserma? Per un istante
si disamoro’ e avrebbe voluto buttarla in acqua dietro alle violette. Si
trattenne, per cortesia. E per paura della legge, forse.
-- Senta, mi
pare ovvio che non stiamo sortendo alcun effetto con questi nostri
propositi...
-- L’ho
notato. Io ce l’ho messa veramente tutta, sa? Ma, mi rincresce dirlo,
lei non sembra avere voglia di collaborare.
-- Delusa?
-- Non saprei
dirle quanto. Lei sembra un corteggiatore nato, e questo e’ molto
antipatico, data la situazione.
-- E’ vero e
me ne dolgo infinitamente. Per questo io avevo pensato... Cioe’, credo
che sarebbe meglio se...
Si blocco’.
Non riusciva a raccimolare abbastanza coraggio.
-- Che ne
direbbe di un panino al formaggio?
-- Splendida
idea, mi e’ venuta una fame... Alla romana?
-- Veramente,
pensavo alla carlotta...
La
"carlotta" era il locale dove si erano dati il primo
appuntamento. Lei storse la bocca. Che significava questa malsana
proposta? Non avra’ avuto per caso in mente...?
-- No, mi
scusi, sto temporeggiando. Che diamine, non era questo che volevo dirle.
-- Ah bene,
vuole lasciarmi a stomaco vuoto? Bel cavaliere!
-- Si’...
Cioe’, no, dopo le faro’ mangiare tutti i panini che vuole, la porto a
mangiare la fonduta da gigino, se preferisce, la copriro’ di fontina e
parmigiano, ma ora mi stia ad ascoltare, e’ una cosa estremamente
importante!
-- Sono tutta
orecchi.
Si volto’ di
scatto. Era vero, come aveva fatto a non accorgersene prima? Aveva proprio
le orecchie a sventola, che sgraziavano brutalmente quel visino delizioso.
Valeva la pena? Non era meglio mollarla li’ al buio e filare via piu’
veloce della luce? Qualcosa dentro
di lui lo inchiodo’ alla panchina, era la luce di quegli occhi verdi,
era il particolare disegno del naso leggermente punteggiato di chiare
lentiggini.
-- Signorina...
Angela... Io penso che non possiamo durare a lungo, io non credo di
farcela... Ho pensato che forse si potrebbe... Si potrebbe cambiar rotta,
procedere in altro modo...
Lei sgrano’
tanto d’occhi. Cosa stava dicendo? Era proprio come lei aveva temuto sin
dall’inizio? Lui si era stufato dunque di quegli stupidi giochetti da
bambini e voleva chiamarsene fuori? Pian piano senti’ il morso della
solitudine rosicchiarle il sangue, i tessuti, l’anima. Ecco, lo aveva
stancato! Lei era riuscita dove lui aveva fallito, oh e adesso? Fare la
gradassa, non c’e’ altra salvezza.
-- Ha
perfettamente ragione, caro marcello, volevo dire signor mio. Questo
stupido gioco e’ durato anche troppo. E’ vero che sono stata io a
proporlo, ma sta cominciando ad annoiare anche me. E’ giusto, lasciamo
perdere.
-- Sono felice
che anche lei la veda come la vedo io. Ah non sa che peso dal cuore mi sta
sollevando!
Oh il villano,
veramente! Tutti uguali gli uomini, pensano solo a se stessi, non aveva il
coraggio di piantarmi in asso. Certo, ha assaggiato la mia cigliegina e
ora vuole darsi a gambe levate.
-- Era dunque
tempo che mettesse le carte in tavola, mio caro signore. Le confesso che
era un gran pezzo che non riuscivo piu’ a sostenere la mia parte. Le
porgo i miei vivissimi complimenti, e’ riuscito finalmente nell’intento
che mi ero preposta.
-- Quale, mi
scusi? – chiese lui smarrito.
-- Ma come? Non
se lo ricorda? Forse tra i suoi difetti c’e’ anche quello della
memoria corta? Non mi pareva...
-- Evidentemente! Ma vede, per quanto lei provi, e le do’ atto che ce l’ha
proprio messa tutta, non riesce neanche un po’ a rendersi antipatica.
Anzi... Io le sono grato per quanto ha fatto, veramente ammirevole,
qualunque altro malintenzionato avrebbe mollato la partita tempo addietro,
ma... Non so come spiegarmelo, cosi’ non si sta arrivando a partito. Al
contrario, e’ riuscita a conquistare ferocemente il mio cuore e
allora...
-- Come? Ma se
appena un minuto fa...?
-- Quello che
sto cercando di proporle, cara angela, e’ di adottare una tattica
diversa. Vede, ci ho riflettuto e mi sono chiesto perche’ questo
intestardimento. Forse siamo male assortiti, oppure bene assortiti, a
seconda del punto di vista. Ma forse se invece ci mostrassimo simpatici,
se cercassimo di evidenziare le parti migliori del nostro carattere, se
insomma cercassimo di sdolcinarci a vicenda, forse si potrebbe... Che ne
pensa?
Lei ristette un
lungo periodo in silenzio. Fisso’ ottusamente le acque senza riuscire a
concepire una frase di senso compiuto. Si sentiva tradita e lusingata al
tempo stesso. Stava mettendola alla prova per l’ennesima volta? Oppure
le stava proponendo qualcosa di piu’ serio? Voleva prenderla in giro
oppure...?
-- Uomo
sconsiderato! Mai e poi mai mi sarei aspettata un gesto tanto sconsiderato
da parte sua! Ah vedo bene dove vuole arrivare e... -- non pote’
terminare, le lacrime le stavano gia’ soffocando la gola. Si alzo’ di
scatto e con un gesto rapido gli segnalo’ la sua resa al gioco, la sua
disfatta e la sua eterna dipartita. Cosi’ lui scatto’ in piedi
appresso a lei, l’afferro’ per la vita e se la strinse in un bacio
focoso e dolce al tempo stesso.
-- Oh Angela... Angelo mio!
Soffocata dai
baci e dalle lacrime, Angela non pote’ piu’ trattenersi.
-- Marcello,
amore mio... Cosa ne sara’ di me?
-- Sarai la mia
regina, la mia fata... Vuoi essere la mia sposa?
Prima ancora
che avesse avuto il tempo di pentirsi si scopri’ ad aver detto quel
fatidico e malaugurato "si". Oh diamine d’un uomo, non poteva
formulare proposta piu’ allettante e allo stesso tempo vergognosa.
Perche’ aveva accettato? Cosa la spingeva a voler passare il resto dei
suoi giorni con questo sciagurato e maldestro amante da due soldi?
-- Vuoi... Vuoi
proprio rendermi infelice, nevvero?
-- Voglio
martoriarti il cuore, farlo a brandelli e cucinarmelo in salmi’. Ti
rendero’ la vita insopportabile, ma tu resisterai, vero amore mio dolce?
Perche’ dovrai rendermi pan per focaccia...
-- Oh si’,
saro’ spietata e asfissiante, faro’ proprio tutte le cose a modino,
vedrai... Ehi, a proposito, ma lo sai che ho fame per davvero?
-- Panino? Alla
Carlotta?
-- A volte sai
essere cosi’... Latticinoso!
A questo punto,
cari lettori, vi sembrera’ che la storia meriti un "the end",
come si suole nei film di categoria. Ebbene, l’autore qui presente (no
no, e’ andato al bar a comprarsi le sigarette!) Ha a cuore una
questioncella prima di chiudere la partita. La storia, graziosa di suo, ne
conviene, merita una postilla. Del resto, che ne sarebbe del proposito dei
nostri due bizzarri amanti, se non ci fosse un seguito al "vissero
felici e contenti"? Marcello e Angela si sposarono con tutti i sacri
crismi. Come da copione, ebbero cura di litigare su ogni dettaglio dei
preparativi, sulla lista degli invitati, persino su come dividere le spese
(lui insisteva che doveva pensare a tutto la famiglia della sposa, e lei,
tirchia da non dire, faceva ogni resistenza protestando poverta’,
incertezze finanziarie, doli frodi e maltolti paterni fino alla settima
generazione).
Nonostante
tutto la cerimonia si svolse serenamente e in piena allegria. Le famiglie
dei due sposi filarono in perfetta armonia, gareggiando nell’osannare
gli uni il figlio degli altri e vice versa, a dispetto degli sforzi
vistosi dei due per far litigare le due famiglie e creare il massimo del
trambusto. Davanti al sacerdote, entrambi mostrarono come da accordi
precedentemente presi, estrema incertezza e un mare di dubbi restando
silenziosi per mezz’ora ciascuno prima di dire il fatidico
"si", senza pero’ deludere la platea.
Dopo un
doveroso litigio sulla localita’ di destinazione per il viaggio di
nozze, scelsero di comune accordo di passarlo dai nonni di lui, a
gallarate, ridente localita’ di frontiera. Tutte le mattine si
svegliavano al dolce rombo dei motori jumbo, alla sera si addormentavano
serenamente nelle braccia dei jet. Il nonno di marcello, amabile
vecchietto affetto da sordita’, alzheimer e incontinenza, li strapazzava
bonariamente per farsi assistere in tutte le sue operazioni
igienico-sanitarie, mentre la nonna, invero un pochino piu’ malmessa,
necessitava costanti attenzioni per via di quella antipatica diarrea che
colpiva all’improvviso e sempre nei momenti meno opportuni (durante i
pasti e immancabilmente, quando i due piccioncini volevano godere delle...
Pene d’amore). Tornata le due infermiere (quella di giorno e quella per
la notte), i due giovani sposi poterono tornare a riposarsi nella loro
nuova casa, tristemente situata sui colli piu’ tranquilli della citta’.
I primi anni di
matrimonio furono soltanto irritanti e tristi. Lui abitualmente lasciava i
calzini sporchi sul tavolo di cucina e lei si accontentava di telefonargli
quaranta volte al giorno per controllare che lui non stesse cercando di
rimorchiare qualche nuova e avvenente paziente. Poi i tempi d’oro
finirono. Dopo la quarta gravidanza e il terzo aborto naturale, lei si
accascio’ e divenne grassa sciatta e sporca. Lui si consolava con le
puttane di periferia e qualche viados con cui farsi una tranquilla partita
a scacchi. Invecchiarono serenamente nel piu’ confortante odio reciproco
rinfacciandosi a vicenda quei primi tempi, il laghetto, la carlotta e le
dolci serenate nelle serate di luna piena. Fin quando, una bella sera di
plenilunio di primavera, seduti nella sala da pranzo, lui sollevo’ lo
sguardo dal giornale, spense il sigaro e la rimiro’. Una minuta vecchina
dall’apparenza tanto fragile, se non si fosse notato quella luce
caparbia negli occhi non ancora spenti; fragile e tenera tranne per quelle
dita nodose sempre in atto di graffiare (roba, soldi, felicita’ altrui);
cos’era rimasto della bella fanciulla con le orecchie a sventola? Le
orecchie a sventola, un poco raggrinzite, null’altro.
-- Mia dolce
sposa, come pensi sia andata?
Dopo un attimo
di esitazione, Angela sollevo’ lo sguardo sul marito.
-- Direi,
divinamente bene, caro Marcello.
-- Sono riuscito infine a mantenere la promessa che ti feci?
-- Purtroppo
no... Nonostante tutto. Sei stato encomiabile, impareggiabile, ma temo
proprio che tu abbia fallito nell’intento.
Quella vecchina
sembrava ancora piu’ fragilmente tenace e adorabilmente caparbia.
Marcello si alzo’, preso da un antico impulso, la raggiunse davanti al
camino e, seppure a fatica, riusci’ a inchinarsi davanti a lei.
-- Mia adorata, ne sono veramente felice!
Et morirono felici e contenti...
10 settembre 2000
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