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Viceversa

(pensando a Guareschi...)

[in progress]

occhi che vedono

-- Bene con oggi abbiamo concluso. Adesso si rialzi, piano, che poi vengono le vertigini...
-- Grazie, in effetti mi sento sempre un po' in imbarazzo... Scusi, se posso, vorrei chiederle un favore.
-- Mi dica tutto, sono a sua disposizione.
-- Lei è veramente molto caro, ma appunto... Non so come spiegare, mi crederà una donna sciocca, ma...
-- Dica dica, non si preoccupi.
-- Avrei bisogno che lei mi dicesse qualcosa di brutto sul suo conto.

Il buon uomo storce un attimo le labbra in segno di meraviglia.

-- Non tema, non è come pensa lei.
-- Perche’, io cosa penserei?
-- Mah... Che sono indiscreta. E invece si tratta di ben altro, anzi, è una faccenda proprio grave. Ho bisogno che mi dica qualcosa di brutto su se stesso, qualcosa di sconveniente magari, per farmelo vedere sotto una luce peggiore...
-- Vuole conoscere i miei piu’ turpi segreti?
-- Non ci tengo affatto. Vorrei solo... Come dire? E’ che come una sciocchina io mi sono... Be', insomma, mi sono invaghita di lei. Questo sì che è un bel inconveniente, per me dico. E se lei fosse cosi’ cortese da mostrarmi il suo lato peggiore, mi faciliterebbe la dimenticanza. Me lo puo’ fare?

Il bravo massaggiatore si avvicina alla paziente, allunga una mano in cortese carezza per poi ritrarla subito, memore del favore richiesto.

-- Mi scusi, non volevo, sa, è l’istinto... Va bene, faro’ come dice lei, ma sa com’e’, non e’ cosa che si possa assolvere in cosi’ breve tempo, e ho altri pazienti che mi aspettano... Le andrebbe bene se fissassimo un appuntamento? Magari per sabato pomeriggio? Così le conto per benino.
-- Pomeriggio? Veramente sono già impegnata...
-- Allora per la sera, magari una cenetta? Conosco un ristorantino in centro, niente male, davvero. E' la giusta atmosfera per rivelazioni di pessimo gusto.
-- Sì, va bene. Ma mi raccomando, sia preciso.
-- Senz'altro, anzi, per farle piacere, arrivero’ anche con venti minuti di ritardo, cosi’ lei avra’ tutto l'agio di pensare che sono un mascalzone e le ho dato buca. Le sta bene?
-- Alla perfezione, grazie tante!

Il bravo massaggiatore invece, mancando di parola, venne puntuale all’appuntamento. Anzi, addirittura arrivò con ampio margine, si rilassò fissando ostinatamente l'orologio da polso e passeggiando nervosamente avanti e indietro sul marciapiede antistante il ristorante. Finalmente la vide arrivare, le accennò un sorriso tirato e le passò davanti entrando nel locale. Mantenendo la sua parola, ordinò prima lui e quasi non le diede agio di scegliere i piatti. Tuttavia, nonostante gli enormi sforzi da parte del nostro eroe, la cena risultò gradevolissima alla giovane donna che degustò tutto con gran delizia, compresa la vivace e brillante conversazione di lui. L'arguto giovane aveva invero cercato di raccontare alcuni degli episodi piu’ scabrosi del suo passato: infamie, sgodevolezze di vario tipo, torti inferti al suo prossimo (cose veramente disgustose come non tirare la catena in un gabinetto pubblico, superare da destra rischiando di investire un vecchietto che attraversava sulle strisce, scrivere oscenità sulla scheda elettorale, fare telefonate oscene alla sua prof di matematica al liceo; tutte cose per lo piu’ inventate o raccimolate tra i torti subiti in tempi recenti). Ma tanta era la verve con cui le raccontava, forse, o forse per la maestria nel renderle quasi prodezze di cavalier servente, non ebbero affatto sulla sua damina l'effetto desiderato.

-- Allora, come le sembra stia andando?
-- Mah... Che le devo dire? Mi ha detto molte cose, e ha assunto un atteggiamento che in quanto a ignoranza e arroganza trova pochi eguali nella storia dell'umanità; tuttavia, le confesso di sentirmi un poco delusa perche’... Be’, come dire, i miei sentimenti non sono affatto mutati rispetto a ieri. Anzi, mi sembra persino di volerle un poco di bene. E questo e’ male.
-- Si’, mia cara, me ne rendo conto e mi scuso. Veramente non so come sia potuto succedere... Sa, non sono molto avvezzo a trattar male una gentile signora, e così graziosa e simpatica... Pardon, ci stavo cascando di nuovo, non è vero?
-- Per carità, apprezzo i suoi sforzi, diss'ella accennando un pallido sorriso di sconcerto.
-- Allora, non saprei... Mi dica lei, come possiamo fare per rimediare? Senta, facciamo cosi’, proviamo un’altra volta. Come se nulla fosse successo, le va bene?
-- Ah mi sembra un'ottima idea. Io le sono infinitamente grata, sa?
-- Lo immagino. Pensavo, se lei è d'accordo, che ci potremmo vedere domani al laghetto, per una lunga traversata in barca a remi. Naturalmente, sarà lei a remare, che ne pensa?
-- Ottimo. Sicuramente questa sua villania mi riporterà in due ore o tre con i piedi per terra!
-- Sì, ma solo dopo che avremo riportato la barca al molo. O preferisce che le faccia fare la traversata a nuoto?

Lei sorrise, poi rise, poi si sganasciò a tanta sfrontatezza. Gli era grata per tutti questi sforzi che, si vedeva molto bene, gli dovevano costare fatica e sudore (infatti aveva tutta la fronte imperlata, tanto che ogni cinque minuti era costretto ad asciugarsi con un fazzoletto rosa ricamato di blu). Per finire la serata in bellezza, il giovane intrepido ne penso’ una bella. Col pretesto di dover correre un attimo a rispondere al cellare, si assentò lasciandola li’ con il conto da pagare.

Puntualmente (ma stavolta fu davvero lei ad attendere a lungo impensierita e quasi guarita davanti al molo) si videro. Lui fu garbato ma freddo. L’aiuto’ a salire in barca e, disattendendo nuovamente le promesse fatte il giorno prima, prese i remi in mano e vogo’ di sana lena, cercando di rompere ogni tentativo romantico con commenti estremamente dettagliati sulla flora e fauna del laghetto. Una balzana folata di vento soffio’ via il cappellino di paglia della giovane donna. Ah sarebbe senz’altro andato perduto per sempre portato dalla corrente verso il golfo di guascogna, se lui, il nostro bravo massaggiatore, nonche’ abile ed esperto nuotatore (aveva vinto tutte le gare regionali e provinciali negli ultimi dieci anni o giu’ di li’), non si fosse galantemente buttato in acqua per recuperare il prezioso e delizioso oggetto.

E’ facile comprendere come un simile gesto potesse disfare in un attimo solo tutti gli sforzi del giovanotto per rendersi odioso antipatico e repellente.

-- Come stiamo andando?
-- Direi a 4 nodi orari...
-- Pardon, volevo dire, come sta andando l’invaghimento? Si sta corrucciando?
-- Macche’. Io sono anzi molto arrabbiata con lei. Stava andando a gonfie vele, tanto per restare in alto mare, ma poi... Guardi, non posso proprio crederci che lei abbia osato un gesto tanto galante.
-- Ha ragione, sono terribilmente desolato. Non so piu’ cosa inventare, il fatto e’... Che... Insomma, signorina, dovrebbe aiutarmi un poco anche lei. Non ha idea di quanto mi risulti difficile e faticoso tutto cio’. Non le sembra che dovrebbe venirmi incontro? Magari rendendosi odiosa a sua volta? Mostrandomi tutti i difetti piu’ reconditi?
-- Oh ma che sbadata. Lei ha ragione da vendere...
-- No, sono un dipendente della sanita’, non un commerciante!
-- Ah vero, be’, con tutta quella sua prosopopea non mi meraviglio che non sappia vendere... (va bene, mi dica?)
-- Mi ha punto sul vivo. Ad essere perfettamente onesti e sinceri, sono permaloso e presuntuoso, e come se non bastasse, ho anche un orgoglio grosso come questo lago. Anzi, di piu’. (si’ si’, continui cosi’, le sono grato)

E fu cosi’ che la romantica gitarella in barca divenne una agguerrita gara di rudezza e arroganza, con picchi veramente lodevoli di scortesia sopraffina. Lei seppe mostrarsi sempre piu’ deliziosamente scorbutica, mentre il nostro giovanotto passava dal languore silenzioso alla proterva baldanza dei nostri buoi a nulla. Purtroppo, pero’, per uno strano caso del destino (o forse, i due si erano scelti fin troppo bene, gusti strani davvero!) quando rimisero piedi all’asciutto erano sistemati peggio di prima. Negli occhi di entrambi riluceva un brillore languido e felice. Naturalmente decisero di comune accordo di rivedersi un’altra sera per rimediare a tutti gli svarioni commessi in quella giornata. Si diedero appuntamento davanti all’imperiale, cinema di seconda categoria, dove proiettavano per la milleunesima volta "Maciste contro Golia", pellicola che nessuno dei due oso’ confessare di amare.

Si annoiarono, anzi finsero. Sbadigliarono dalla prima all’ultima sequenza. Lui non le passo’ neppure una volta il sacchettino di noccioline pralinate, e se le sgranocchio’ rumorosamente per tutta la durata del film. Lei in compenso risucchio’ come una porcellina (ma che deliziosa porcellina!) Il suo litro e mezzo di coca cola, rischiando di farsi venire degli inopportui crampi allo stomaco (alla fine dovette disertare l’amata compagnia per una rapida fuga al bagno onde espletare con tutto comodo tutti i... Venti che si erano accumulati; gesto che li’ per li’ lui interpreto’ come triste segno di vittoria).

-- Mi dica, odiosa signorina, le e’ piaciuto il film?
-- Dire che e’ orrendo sarebbe fargli un complimento. Non mi sono mai annoiata tanto in vita mia!
-- Anch’io, sa? Veramente mortale... Un caffettino, pensa che ci starebbe?
-- Ma come, dopo che mi ha lasciato ingurgitare da sola un litro e mezzo di coca cola...? Perche’ non me la inietta direttamente per endovena, la caffeina?
-- Pardon, ma sa, avendo dovuto rosicchiare tutte quelle noccioline, mi e’ venuta un po’ sete...
-- Allora ce l’ha con me, adesso?
-- Neanche un po’!

Con grande rammarico si dissero solo "arrivederci alla prossima" davanti al caffe’ dove avevano appena finito di consumare una consumazione pomeridiana, tipo limonata o the freddo. Mesti si diedero appuntamento per una passeggiata in centro, per un po’ di acquisti. Lui si prefiggeva di portarla davanti a tutti i migliori fiorai ed evitare vistosamente di offrirle delle rose rosse. Lei progettava di rifiutare tutto cio’ che lui le avrebbe offerto, lamentandosi di tutto e di piu’, oppure al contrario lamentarsi che non le comprava quello che lei piu’ al mondo desiderava e che sarebbe stato cortese da parte di un qualunque galantuomo offrire alla sua femminea compagnia. Alla fine la rimando’ a casa a piedi, per i fattacci suoi.

Incontro dopo incontro, la situazione purtroppo non faceva che peggiorare. Piu’ si industriavano di essere scostanti o difficili o cafoni, piu’ quell’attrattiva che all’inizio sembrava solo delicato invaghimento si trasformava in bramosia, eccitamento, amore. Con eroica spavalderia, i due giovani insistevano e persistevano nei loro tentativi, stoicamente superando con triste clamore ogni prova per quanto difficile e ardua. Neanche un intero weekend in uno squallido albergo di periferia, nel quartiere piu’ grigio e insulso della citta’, ebbe il sospirato effetto di intiepidire gli animi. Che sofferenza quando decisero di dar sfogo a questi "animaleschi" istinti e si apprestarono a far l’amore. Lui voleva essere svelto, animalesco, incurante del piacere di lei, tanto quanto lei si proponeva di restare fredda e inerte ad ogni tentativo di lui. Aveva pero’ voglia lei a concentrarsi sulle mosche intorno al lampadario o sulla traduzione che era rimasta da finire sulla scrivania di casa sua. Inavvertitamente le carezze di lui, in cui l’arte del massaggio aveva raggiunto vette sublimi fino a giungergli seconda natura, riuscivano a destare in lei un piacere affatto novello scatenando impellenti desideri tanto da raggiungere un orgasmo vigoroso e rumoroso, nonostante i tentativi di reprimerlo, o almeno nasconderlo.

Insomma, fu un’esperienza assai deludente per entrambi che uscirono da quell’albergo innamorati cotti e incapaci di concepire i giorni a venire lontani l’uno dall’altra. Che fare? A lui venne un’idea. Poteva rivelarsi disastrosa, ma valeva la pena tentare. Le diede l’ennesimo appuntamento sotto il ponte piu’ romantico che la citta’ potesse offrire alle solite coppiette. 

Si presento’ con un delizioso mazzolino di violette e gli abiti piu’ eleganti (oltre che lusinghieri per il suo corpo), invece della solita trasandata tuta da ginnastica. Per un’ora passeggiarono lungo il fiume, protetti dall’oscurita’ e dalla giallastra luce dei lampioni appena istallati dal comune. Parlarono poco, poche frasi senza senso intervallate da lunghi silenzi densi e imbarazzati. Non riusciva a decidersi lui a fare la sua proposta. Si sentiva un po’ imbecille e temeva di irritarla. Temeva di perderla? Era gia’ cosi’ importante? Non aveva forse un senso il loro antico proposito di rendersi odiosi l’uno all’altra? Gli veniva man mano a mancare il senso dei loro propositi mentre stringeva quel braccio esile. Gli veniva voglia di abbracciare quel delizioso vitino stretto dalla cintura rosa dell’ampia gonna. Ma perche’ anche lei si era messa cosi’ elegante? Perche’ aveva scelto proprio quegli abiti cosi’ romantici? Era per provocarlo ancor piu’ crudelmente? Voleva metterlo alla prova? Insomma, lui non riusciva a decidersi e il silenzio cadde tramortendo i loro cuori.

Si fermarono. Lui suggeri’ una panchina sotto il piu’ bel lampione. Lamponi, era quasi stagione. Gliene avrebbe volentieri raccolto una camionata per vederla sorridere... La spiava con la coda dell’occhio mentre lei, cocciutamente fissava le increspature del fiume. Preso da improvvisa stizza getto’ il mazzolino di violette nell’acqua. Lei si riscosse. Che voleva dire cio’? Ah ma no, era tranquillizzante vedere che aveva assunto nuovamente il suo atteggiamento scortese e villano. Sorrise e lo guardo’.

-- Signorina...
-- Si?!

La pronta risposta, balzata sull’attenti. Ma che, siamo in caserma? Per un istante si disamoro’ e avrebbe voluto buttarla in acqua dietro alle violette. Si trattenne, per cortesia. E per paura della legge, forse.

-- Senta, mi pare ovvio che non stiamo sortendo alcun effetto con questi nostri propositi...
-- L’ho notato. Io ce l’ho messa veramente tutta, sa? Ma, mi rincresce dirlo, lei non sembra avere voglia di collaborare.
-- Delusa?
-- Non saprei dirle quanto. Lei sembra un corteggiatore nato, e questo e’ molto antipatico, data la situazione.
-- E’ vero e me ne dolgo infinitamente. Per questo io avevo pensato... Cioe’, credo che sarebbe meglio se...

Si blocco’. Non riusciva a raccimolare abbastanza coraggio.

-- Che ne direbbe di un panino al formaggio?
-- Splendida idea, mi e’ venuta una fame... Alla romana?
-- Veramente, pensavo alla carlotta...

La "carlotta" era il locale dove si erano dati il primo appuntamento. Lei storse la bocca. Che significava questa malsana proposta? Non avra’ avuto per caso in mente...?

-- No, mi scusi, sto temporeggiando. Che diamine, non era questo che volevo dirle.
-- Ah bene, vuole lasciarmi a stomaco vuoto? Bel cavaliere!
-- Si’... Cioe’, no, dopo le faro’ mangiare tutti i panini che vuole, la porto a mangiare la fonduta da gigino, se preferisce, la copriro’ di fontina e parmigiano, ma ora mi stia ad ascoltare, e’ una cosa estremamente importante!
-- Sono tutta orecchi.

Si volto’ di scatto. Era vero, come aveva fatto a non accorgersene prima? Aveva proprio le orecchie a sventola, che sgraziavano brutalmente quel visino delizioso. Valeva la pena? Non era meglio mollarla li’ al buio e filare via piu’ veloce della luce? Qualcosa dentro di lui lo inchiodo’ alla panchina, era la luce di quegli occhi verdi, era il particolare disegno del naso leggermente punteggiato di chiare lentiggini.

-- Signorina... Angela... Io penso che non possiamo durare a lungo, io non credo di farcela... Ho pensato che forse si potrebbe... Si potrebbe cambiar rotta, procedere in altro modo...

Lei sgrano’ tanto d’occhi. Cosa stava dicendo? Era proprio come lei aveva temuto sin dall’inizio? Lui si era stufato dunque di quegli stupidi giochetti da bambini e voleva chiamarsene fuori? Pian piano senti’ il morso della solitudine rosicchiarle il sangue, i tessuti, l’anima. Ecco, lo aveva stancato! Lei era riuscita dove lui aveva fallito, oh e adesso? Fare la gradassa, non c’e’ altra salvezza.

-- Ha perfettamente ragione, caro marcello, volevo dire signor mio. Questo stupido gioco e’ durato anche troppo. E’ vero che sono stata io a proporlo, ma sta cominciando ad annoiare anche me. E’ giusto, lasciamo perdere.
-- Sono felice che anche lei la veda come la vedo io. Ah non sa che peso dal cuore mi sta sollevando!

Oh il villano, veramente! Tutti uguali gli uomini, pensano solo a se stessi, non aveva il coraggio di piantarmi in asso. Certo, ha assaggiato la mia cigliegina e ora vuole darsi a gambe levate.

-- Era dunque tempo che mettesse le carte in tavola, mio caro signore. Le confesso che era un gran pezzo che non riuscivo piu’ a sostenere la mia parte. Le porgo i miei vivissimi complimenti, e’ riuscito finalmente nell’intento che mi ero preposta.
-- Quale, mi scusi? – chiese lui smarrito.
-- Ma come? Non se lo ricorda? Forse tra i suoi difetti c’e’ anche quello della memoria corta? Non mi pareva...
-- Evidentemente! Ma vede, per quanto lei provi, e le do’ atto che ce l’ha proprio messa tutta, non riesce neanche un po’ a rendersi antipatica. Anzi... Io le sono grato per quanto ha fatto, veramente ammirevole, qualunque altro malintenzionato avrebbe mollato la partita tempo addietro, ma... Non so come spiegarmelo, cosi’ non si sta arrivando a partito. Al contrario, e’ riuscita a conquistare ferocemente il mio cuore e allora...
-- Come? Ma se appena un minuto fa...?
-- Quello che sto cercando di proporle, cara angela, e’ di adottare una tattica diversa. Vede, ci ho riflettuto e mi sono chiesto perche’ questo intestardimento. Forse siamo male assortiti, oppure bene assortiti, a seconda del punto di vista. Ma forse se invece ci mostrassimo simpatici, se cercassimo di evidenziare le parti migliori del nostro carattere, se insomma cercassimo di sdolcinarci a vicenda, forse si potrebbe... Che ne pensa?

Lei ristette un lungo periodo in silenzio. Fisso’ ottusamente le acque senza riuscire a concepire una frase di senso compiuto. Si sentiva tradita e lusingata al tempo stesso. Stava mettendola alla prova per l’ennesima volta? Oppure le stava proponendo qualcosa di piu’ serio? Voleva prenderla in giro oppure...?

-- Uomo sconsiderato! Mai e poi mai mi sarei aspettata un gesto tanto sconsiderato da parte sua! Ah vedo bene dove vuole arrivare e... -- non pote’ terminare, le lacrime le stavano gia’ soffocando la gola. Si alzo’ di scatto e con un gesto rapido gli segnalo’ la sua resa al gioco, la sua disfatta e la sua eterna dipartita. Cosi’ lui scatto’ in piedi appresso a lei, l’afferro’ per la vita e se la strinse in un bacio focoso e dolce al tempo stesso.

-- Oh Angela... Angelo mio!

Soffocata dai baci e dalle lacrime, Angela non pote’ piu’ trattenersi.

-- Marcello, amore mio... Cosa ne sara’ di me?
-- Sarai la mia regina, la mia fata... Vuoi essere la mia sposa?

Prima ancora che avesse avuto il tempo di pentirsi si scopri’ ad aver detto quel fatidico e malaugurato "si". Oh diamine d’un uomo, non poteva formulare proposta piu’ allettante e allo stesso tempo vergognosa. Perche’ aveva accettato? Cosa la spingeva a voler passare il resto dei suoi giorni con questo sciagurato e maldestro amante da due soldi?

-- Vuoi... Vuoi proprio rendermi infelice, nevvero?
-- Voglio martoriarti il cuore, farlo a brandelli e cucinarmelo in salmi’. Ti rendero’ la vita insopportabile, ma tu resisterai, vero amore mio dolce? Perche’ dovrai rendermi pan per focaccia...
-- Oh si’, saro’ spietata e asfissiante, faro’ proprio tutte le cose a modino, vedrai... Ehi, a proposito, ma lo sai che ho fame per davvero?
-- Panino? Alla Carlotta?
-- A volte sai essere cosi’... Latticinoso!

A questo punto, cari lettori, vi sembrera’ che la storia meriti un "the end", come si suole nei film di categoria. Ebbene, l’autore qui presente (no no, e’ andato al bar a comprarsi le sigarette!) Ha a cuore una questioncella prima di chiudere la partita. La storia, graziosa di suo, ne conviene, merita una postilla. Del resto, che ne sarebbe del proposito dei nostri due bizzarri amanti, se non ci fosse un seguito al "vissero felici e contenti"? Marcello e Angela si sposarono con tutti i sacri crismi. Come da copione, ebbero cura di litigare su ogni dettaglio dei preparativi, sulla lista degli invitati, persino su come dividere le spese (lui insisteva che doveva pensare a tutto la famiglia della sposa, e lei, tirchia da non dire, faceva ogni resistenza protestando poverta’, incertezze finanziarie, doli frodi e maltolti paterni fino alla settima generazione).

Nonostante tutto la cerimonia si svolse serenamente e in piena allegria. Le famiglie dei due sposi filarono in perfetta armonia, gareggiando nell’osannare gli uni il figlio degli altri e vice versa, a dispetto degli sforzi vistosi dei due per far litigare le due famiglie e creare il massimo del trambusto. Davanti al sacerdote, entrambi mostrarono come da accordi precedentemente presi, estrema incertezza e un mare di dubbi restando silenziosi per mezz’ora ciascuno prima di dire il fatidico "si", senza pero’ deludere la platea.

Dopo un doveroso litigio sulla localita’ di destinazione per il viaggio di nozze, scelsero di comune accordo di passarlo dai nonni di lui, a gallarate, ridente localita’ di frontiera. Tutte le mattine si svegliavano al dolce rombo dei motori jumbo, alla sera si addormentavano serenamente nelle braccia dei jet. Il nonno di marcello, amabile vecchietto affetto da sordita’, alzheimer e incontinenza, li strapazzava bonariamente per farsi assistere in tutte le sue operazioni igienico-sanitarie, mentre la nonna, invero un pochino piu’ malmessa, necessitava costanti attenzioni per via di quella antipatica diarrea che colpiva all’improvviso e sempre nei momenti meno opportuni (durante i pasti e immancabilmente, quando i due piccioncini volevano godere delle... Pene d’amore). Tornata le due infermiere (quella di giorno e quella per la notte), i due giovani sposi poterono tornare a riposarsi nella loro nuova casa, tristemente situata sui colli piu’ tranquilli della citta’.

I primi anni di matrimonio furono soltanto irritanti e tristi. Lui abitualmente lasciava i calzini sporchi sul tavolo di cucina e lei si accontentava di telefonargli quaranta volte al giorno per controllare che lui non stesse cercando di rimorchiare qualche nuova e avvenente paziente. Poi i tempi d’oro finirono. Dopo la quarta gravidanza e il terzo aborto naturale, lei si accascio’ e divenne grassa sciatta e sporca. Lui si consolava con le puttane di periferia e qualche viados con cui farsi una tranquilla partita a scacchi. Invecchiarono serenamente nel piu’ confortante odio reciproco rinfacciandosi a vicenda quei primi tempi, il laghetto, la carlotta e le dolci serenate nelle serate di luna piena. Fin quando, una bella sera di plenilunio di primavera, seduti nella sala da pranzo, lui sollevo’ lo sguardo dal giornale, spense il sigaro e la rimiro’. Una minuta vecchina dall’apparenza tanto fragile, se non si fosse notato quella luce caparbia negli occhi non ancora spenti; fragile e tenera tranne per quelle dita nodose sempre in atto di graffiare (roba, soldi, felicita’ altrui); cos’era rimasto della bella fanciulla con le orecchie a sventola? Le orecchie a sventola, un poco raggrinzite, null’altro.

-- Mia dolce sposa, come pensi sia andata?

Dopo un attimo di esitazione, Angela sollevo’ lo sguardo sul marito.

-- Direi, divinamente bene, caro Marcello.
-- Sono riuscito infine a mantenere la promessa che ti feci?
-- Purtroppo no... Nonostante tutto. Sei stato encomiabile, impareggiabile, ma temo proprio che tu abbia fallito nell’intento.

Quella vecchina sembrava ancora piu’ fragilmente tenace e adorabilmente caparbia. Marcello si alzo’, preso da un antico impulso, la raggiunse davanti al camino e, seppure a fatica, riusci’ a inchinarsi davanti a lei.

-- Mia adorata, ne sono veramente felice!

Et morirono felici e contenti...

10 settembre 2000

© 1999-2005 marina pianu, italy | narrative :: 

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