Indovina l'incipit

Dato che rientra nella nostra filosofia il piacere di enfatizzare l'importanza e il valore dell'incipit, vogliamo sfidarvi a individuare le opere e gli autori dal primo paragrafo di ogni rispettivo romanzo. Vorremmo peró invitarvi anche a soffermarvi a meditare sulle scelte individuali degli scrittori e a gioare magari immaginando come l'avreste fatto voi. Leggete quindi e quando credete di aver individuato autore e opera, cliccate dove indicato per verificare l'esattezza delle vostre risposte. Buona lettura (mi raccomando, non barate!)


Primo:

Sono un uomo malato... un uomo cattivo. Non c'e' nulla di attraente in me. Credo che abbia a che fare col mio fegato. A dire il vero, pero', non ci capisco un tubo di questa mia malattia; non so neanche cosa c'e' che non va. Non sto facendo nessuna cura e non ne ho mai fatte, anche se ho un grande rispetto per la medicina e i medici. Inoltre, sono morbosamente superstizioso—abbastanza, almeno, da rispettare la medicina. Con la mia istruzione non dovrei essere superstizioso, ma lo sono ugualmente. No, direi che rifiuto ogni aiuto medico semplicemente per spirito di contraddizione. Non mi aspetto che voi capiate, ma e' cosi'. Naturalmente non saprei spiegare chi e' che voglio indispettire rifiutando il loro aiuto. So benissimo che sto facendo del male a me stesso e a nessun altro. Ma cio' non di meno e' comunque per dispetto che mi rifiuto di chiedere aiuto ai dottori. Il mio fegato sta male? Bene, che ne faccia anche di piu'!

Risposta:   Dostojievski - “Appunti dal sottosuolo” (tieni premuto il mouse sullo spazio vuoto)


Secondo:

“Nei primi giorni del gennaio 1945, sotto la spinta dell'Armata Rossa ormai vicina, i tedeschi avevano evacuato in tutta fretta il bacino minerario slesiano. Mentre altrove, in analoghe condizioni, non avevano esitato a distruggere col fuoco o con le armi i Lager insieme con i loro occupanti, nel distretto di Auschwitz agirono diversamente: ordini superiori (a quanto pare dettati personalmente da Hitler) imponevano di “recuperare”, a qualunque costo, ogni uomo abile al lavoro. Percio' tutti i prigionieri sani furono evacuati, in condizioni spaventose, su Buchenwald e su Mauthausen, mentre i malati furono abbandonati a loro stessi. Da vari indizi e' lecito dedurre la originaria intenzione tedesca di non lasciare nei campi di concentramento nessun uomo vivo; ma un violento attacco aereo notturno, e la rapidita' dell'avanzata russa, indussero i tedeschi a mutare pensiero, e a prendere la fuga lasciando incompiuto il loro dovere e la loro opera.
Nell'infermeria del Lager di Buna-Monowitz eravamo rimasti in ottocento. Di questi, circa cinquecento morirono delle loro malattie, di freddo e di fame prima che arrivassero i russi, ed altri duecento, malgrado i soccorsi, nei giorni immediatamente successivi.”

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Terzo:

E' cominciato tutto cosi'. Io, non ho mai detto niente. Niente. E' Arthur Ganate che mi ha fatto parlare. Arthur, uno studente, anche lui studente di medicina (ci sono termini “gergo” tra stud. med.?), un compagno. Ci si ritrova allora in place Clichy. Era dopo la colazione. Vuole parlarmi. L'ascolto. “Non restiamo fuori! che mi dice. Entriamo!” Entro con lui. Ecco. “Questa terrazza, comincia lui, e' per le uova alla coque! Passa di qua!” Allora, si commenta di nuovo che non c'era nessuno per le strade, per via del caldo; nessuna automobile, niente. Quando fa tanto freddo, neanche, non c'e' nessuno per le strade; e' stato lui, ora che mi ricordo, che mi aveva detto a questo proposito: “I parigini hanno sempre l'aria di essere impegnati, ma di fatto, non fanno altro che passeggiare dalla mattina alla sera; la prova e' che non appena non fa piu' bello per passeggiare, troppo freddo o troppo caldo, non li si vede piu'; sono tutti dentro a prendere dei café-crème e dei bock. E' cosi'! Secolo di velocita'! dicono. Ma dove? Grandi cambiamenti! raccontano. Ma come? In realta', non e' cambiato niente. Continuano a ammirarsi e basta. E neanche questo e' una novita'. Alcune parole, e neanche tante, persino tra le parole, che sono cambiate! Due o tre di qua, di la', delle piccole...” Ben fiero quindi di aver fatto risuonare queste utili verita', siamo rimasti seduti la', rapiti, a guardare le signore del café.

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Quarto:

Io sono il dottore di cui in questa novella si parla talvolta con parole poco lusinghiere. Chi di psico-analisi s'intende, sa dove piazzare l'antipatia che il paziente mi dedica.
Di psico-analisi non parlero' perche' qui entro se ne parla gia' a sufficienza. Debbo scusarmi di aver indotto il mio paziente a scrivere la sua autobiografia; gli studiosi di psico-analisi arriceranno il naso a tanta novita'. Ma egli era vecchio ed io sperai che in tale rievocazione il suo passato si rinverdisse, che l'autobiografia fosse un buon preludio alla psico-analisi. Oggi ancora la mia idea mi pare buona perche' mi ha dato dei risultati insperati, che sarebbero stati maggiori se il malato sul pu' bello non si fosse sottratto alla cura truffandomi del frutto della mia lunga paziente analisi di queste memorie.
Le pubblico per vendetta e spero gli dispiaccia. Sappia pero' ch'io sono pronto a dividere con lui i lauti onorari che ricavero' da questa pubblicazione a patto egli riprenda la cura. Sembrava tanto curioso di se stesso! Se sapesse quante sorprese potrebbero risultargli dal commento delle tante verita' e bugie ch'egli ha qui accumulate!...”

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